Blog

I patti agrari, la vertenza mezzadrile e l'intransigenza degli agricoltori viterbesi.

di Angelo Allegrini

 

 

Un aspetto importante della questione agraria, che accompagnò nell’immediato dopoguerra la lotta per l’ottenimento di terre per i contadini fu, senz’altro, quello delle battaglie sostenute dalla Confederterra e dalla C.G.I.L. per la revisione dei patti agrari.

Secondo un’indagine condotta nel 1948 dall’Ufficio Provinciale Statistico dell’agricoltura1 nel solo territorio del comune di Viterbo la superficie complessiva coltivata ammontava a 28.500 ettari; di questi, settemila erano coltivati da mezzadri, tremila erano occupati grazie ad affittanze agrarie di vario tipo e diecimila erano interessati da contratti di compartecipazione.

La popolazione agricola viterbese – senza contare le frazioni – era composta di 8.200 unità, delle quali 271 erano salariati fissi, 1.398 coltivatori diretti, 1.595 coloni parziari e 3.076, ossia circa il 36 % del totale, erano coloni mezzadri.

Dal punto di vista giuridico la situazione  si  presentava  variamente articolata e vedeva la compresenza di diversi tipi di contratti che legavano i lavoratori alla terra più o meno convenientemente a seconda dei luoghi dove i patti venivano stipulati.

Attraverso le relazioni trasmesse dagli uffici statistici comunali dell’agricoltura all’UPSEA di Viterbo in occasione della citata indagine è possibile ricostruire il variegato quadro di quei contratti:

 

  • CONTRATTI A TERRATICO: concessioni annuali dove il proprietario non interveniva in nessuna maniera e con nessun mezzo nella coltivazione dei fondi, percependo il pagamento del terraticante in derrate o denaro, (ad es. ad Arlena 3 q.li di grano a rubbio);

 

  • CONTRATTI DI PASCOLO: concessioni a pascolo ove il proprietario si riservava il frutto del soprassuolo  e il pastore pagava in natura (ad es. con i latticini);

 

  • RIEMPIMENTO: contratto locale, tipico delle zone di Bieda(*) e di Capodimonte (dove però si chiamava compartecipazione), stipulato sulla parola per un biennio. Il proprietario preparava la maggese e forniva la metà del grano da seme, mentre il contadino provvedeva alla sterpatura, semina, mietitura e al trasporto dei covoni sull’aia, dividendo il prodotto a metà;

 

  • COMPARTECIPAZIONE AL TERZO o TERZERIA2: il rapporto aveva in questo contratto la durata di un ciclo produttivo del raccolto; la semina veniva effettuata  dal  proprietario e  il colono provvedeva a tutte le cure colturali. Concimi e spese, divisione del prodotto (senza ritiro di seme) erano ripartiti in ragione di due terzi al proprietario  e  un  terzo  al  colono. La direzione tecnica del lavoro spettava al proprietario.

 

  • COMPARTECIPAZIONE AL QUARTO o QUARTERIA: analoga alla precedente ma, poiché, praticata in zone più fertili, con ripartizione ¾ e ¼;

 

  • MEZZADRIA IMPROPRIA o TERZO A MIGLIORAMENTO: contratto variabile da due a cinque anni, tacitamente rinnovabile, applicato nei terreni incolti. Il colono compieva il cosiddetto “ritrovamento” del terreno precedentemente incolto, eseguendo tutte le lavorazioni e corrispondendo il terzo dei prodotti;
     
  • COMPARTECIPAZIONE AL QUINTO: il colono sopportava tutte le spese della coltivazione, trattenendo i 4/5 del prodotto;

 

  • ENFITEUSI, temporanea (29 anni) o perpetua: l’enfiteuta corrispondeva al concedente un canone variabile a seconda del contratto stipulato;

 

  • MEZZADRIA: contratto a struttura associativa dove il concedente consegnava il fondo ad uno o più coloni perché lo coltivassero sotto la sua direzione al fine di dividerne i prodotti e gli utili in misura stabilita dalle leggi, dalle convenzioni o dagli usi. Contraente era il mezzadro, in proprio e quale capo della famiglia colonica, che rappresentava in toto nei confronti del concedente3;

 

  • COLONÍA PARZIARIA: a differenza della mezzadria, in cui la famiglia era soggetto del contratto, la famiglia del colono non aveva alcuna rilevanza giuridica in questo rapporto sempre a struttura associativa. I soggetti del rapporto di colonìa erano solamente coloro che partecipavano ai rischi della gestione4.

 

Questi due ultimi tipi di contratto avevano trovato la loro ultima regolamentazione negli anni ‘305 quando la Federazione fascista degli Agricoltori della provincia di Viterbo si era accordata con l’Unione dei Sindacati Fascisti dell’Agricoltura sottoscrivendo, rispettivamente, il 25 e 26 agosto 1934, un “Capitolato generale per la conduzione a mezzadria dei fondi rustici” e un “Capitolato generale per la colonìa parziaria dei fondi rustici siti nella provincia di Viterbo”.

Entrambi i capitolati ribadivano il principio della divisione in parti uguali (o “a giusta metà”) ma, già nei mesi precedenti la liberazione del Nord, le organizzazioni sindacali e contadine iniziarono ad esigere una diversa ripartizione del raccolto a titolo di risarcimento ai coloni dei danni subiti per la guerra e per consentire il ripristino della coltivabilità.

Con il D.L.L. 311 del 19 ottobre 1944 il ministro Gullo aveva disciplinato i contratti di mezzadria impropria, colonìa parziaria e compartecipazione, introducendo il principio del diritto alla revisione della ripartizione del raccolto nel momento in cui la divisione del prodotto dei campi non garantiva più l’equità del patto e anche i mezzadri, esclusi dal beneficio della legge, avanzarono le loro rivendicazioni.

Di fronte alle richieste di prelievo straordinario di un 10 % della quota padronale e a seguito delle diffuse agitazioni in tutto il centro Italia dove la mezzadria costituiva il nerbo della struttura economica e il fondamento dell’agricoltura del territorio, i proprietari terrieri risposero con la massima intransigenza.

A Viterbo uno degli strumenti utilizzati dalla classe padronale per difendere i propri interessi e diffondere e sostenere le proprie tesi fu il giornale settimanale “Il Bulicame”, uscito subito dopo la liberazione della città e diretto da Corrado Buzzi.

In un articolo del 22 settembre 1945 a firma di Andrea Tamantini e intitolato La mezzadria, dubitando sulla reale necessità della revisione del sistema, “il Bulicame” negava che le devastazioni portate dalla guerra andassero a tutto discapito del mezzadro:

 

Ciò è falso, non solo, ma è vero il contrario, perché colui che più danni ha subito è il proprietario (…). E, in confronto all’anteguerra, chi si trova in condizioni precarie è il proprietario e non il mezzadro il quale anzi si trova di fronte ad un per lo meno apparente miglioramento delle sue condizioni data la maggiore disponibilità di denaro (…). Nei terreni poi a cultura [sic] intensiva e ricchi di uliveti ed altre piante fruttifere, è il proprietario in discapito dividendo “a perfetta metà”, che il contadino non deve avere altro

fastidio che quello di cogliere essi lucrosi prodotti, laddove il proprietario dovette a suo tempo sostenere spese di impianto e cura fino a che gli alberi non fruttarono. Secondo noi e per le nostre zone non troppo devastate dagli eventi bellici, il patto di mezzadria è equo per entrambi i contraenti, e la revisione di esso patto a favore dei mezzadri altro non ci sembra che una mossa politica per accostarsi un maggior numero di elettori6.

 

In ogni caso, dall’altra parte, la Federterra spinse i mezzadri a trattenersi la misura del 60 % del prodotto fin dal raccolto del 1945 e una circolare del 2 luglio della Camera del lavoro di Viterbo comunicò che

in attesa di accordi che saranno raggiunti in sede nazionale, il 10 % richiesto in più dai coloni deve essere accantonato e consegnato dagli stessi ai granai del popolo, restando inteso che il quantitativo in contestazione sarà depositato a nome del colono e del proprietario7.

Così, quando venne il momento del raccolto, di fronte all’attuazione del proposito, l’Associazione degli Agricoltori considerò la rivendicazione dei mezzadri arbitraria ed illegale e consigliò ai propri associati la denuncia all’Autorità Giudiziaria “in via penale per appropriazione indebita ed in via civile per il risarcimento dei danni”, richiamando i carabinieri a “diffidare i mezzadri per la tutela dell’ordine pubblico”8.

Sempre sul “Bulicame” poi gli agricoltori viterbesi si scagliarono contro il Governo quando cominciò a trasparire la possibilità di un provvedimento legislativo in favore dei mezzadri:

Il progetto di legge presentato dal Ministero della Giustizia e la relazione (…) in merito agli atti arbitrari che si sono compiuti e si compiono durante l’agitazione mezzadrie, costituiscono una potente lesione ai principi fondamentali del diritto e dell’ordinamento giuridico vigente. L’invadenza del Governo (…) è tanto più grave e intollerabile in quanto risente la diretta influenza di una determinata corrente politica (…) E’ assurdo il parallelo fatto tra il diritto di sciopero – che nessuno contesta – e l’arbitrio commesso dal mezzadro trattenendo una parte del prodotto spettante al concedente (…). L’assurdità e l’ingiustizia congenite, irrimediabilmente nel progetto in questione che viola ad un tempo la legge, i contratti, la competenza e l’indipendenza della Magistratura, non hanno bisogno di altre dimostrazioni. La CONFIDA dichiara che si opporrà con ogni mezzo legale a che un simile arbitrario provvedimento possa essere tradotto in legge9.

 

Di fronte al braccio di ferro che contrapponeva agrari e mezzadri in tutta l’Italia centrale, il presidente del consiglio De Gasperi chiese un mandato in bianco per appianare la contesa. La C.G.I.L. lo rilasciò mentre la Confida si mantenne coerente con le posizioni già espresse di indisponibilità ad ogni modifica dei riparti nei contratti di mezzadria e rifiutò di conferire l’incarico richiesto.

Ottenuto il solo consenso di una parte, il 28 giugno 1946, De Gasperi emise comunque il proprio lodo, riconoscendo a titolo di risarcimento ai mezzadri per i danni della guerra il 14 per cento del prodotto lordo, detratto dalla parte padronale, dell’annata ’44-45 e il 10 per cento dell’annata successiva; specificando inoltre che la disposizione non costituiva un precedente per la modifica delle quote negli anni successivi, stabilì che il 10 per cento della produzione 1945-46 fosse destinata ad interventi di miglioria.

Accolto dalla Confederterra come una grande vittoria dei lavoratori, il “lodo De Gasperi” venne disconosciuto dalla Confida che continuò a definirlo “giudizio”, non riconoscendo validità ad un arbitrato pronunciato senza che venisse rilasciato a proposito uno specifico mandato.

Il livello di conflittualità si mantenne alto e i proprietari si rifiutarono di applicare le disposizioni del lodo fino alla sua conversione nella legge n° 495 che il terzo governo De Gasperi approvò il 27 maggio 1947.

A Viterbo, oltre al ricordato settimanale “Il Bulicame”, le ragioni dei proprietari vennero fatte proprie dal Fronte dell’Uomo Qualunque che però non riuscì a mobilitare forze né a raccogliere adesioni in misura consistente: allo scopo di organizzare un’organica opposizione al lodo De Gasperi venne convocata un’assemblea di agrari al cinema “Corso” di Viterbo per il giorno 20 agosto 1946, per il Fronte parlò il generale Perugi che definì il “giudizio” inapplicabile e consigliò agli interessati di risolvere le vertenze con contratti diretti fra le due parti, senza alcuna estranea interferenza, ma ad ascoltarlo c’erano solo “ventidue persone, tra proprietari terrieri, mezzadri, coloni e contadini”10.

Non per questo la questione era comunque appianata; in molti paesi gli agrari disertarono anche le riunioni indette dalla Lega dei contadini per risolvere bonariamente la vertenza e in alcuni casi si formarono squadre di mezzadri per “recarsi nelle aie dove si procede alla trebbiatura del grano, per indurne gli agricoltori a dividere tali prodotti in ragione del 60% ai lavoratori e 40% ai proprietari”11.

Solo il 24 giugno 1947, alla presenza del ministro Segni, i rappresentanti della Confida, dei Coltivatori Diretti e della Confederterra riuscirono a raggiungere un accordo

Nel proposito di instaurare un regime di cordiale collaborazione tra le parti contraenti che giovi agli interessi della produzione, nonché dell’intero popolo italiano ed in specie delle classi consumatrici più disagiate.

Rinviando la discussione in merito ad un nuovo patto di mezzadria ed impegnandosi a definire la vicenda entro il 31 maggio 1948, le parti dichiaravano che l’accordo non avrebbe costituito un precedente per la stipula di contratti futuri, tuttavia “a titolo di traduzione anticipata di quei miglioramenti economici che avrebbero potuto derivare da una ponderata revisione dei patti”, stabilirono di riconoscere al mezzadro una quota del 3 per cento della produzione lorda da prelevarsi dalla parte padronale e di destinare un ulteriore 4 per cento ad opere di miglioria da eseguirsi da operai agricoli nel periodo invernale di massima disoccupazione.

Con questa “tregua” Confida e Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti si impegnarono all’integrale rispetto degli accordi, mentre la Confederterra si impegnò a far cessare ogni agitazione mezzadrile per tutta l’annata in corso ed a sconfessare pubblicamente tutte le altre agitazioni che sarebbero eventualmente potute sorgere nelle zone di applicazione dell’accordo.

Una lettera del 30 ottobre 1948 del capo dell’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura confermò al ministro Segni l’avvenuto rispetto degli accordi:

allo stato dei fatti – scriveva il dott. Alberto Pulselli – la mancata denunzia di insolvenza fa ritenere che la tregua sia stata applicata per l’anno 1946-47. Per il 1947-48, l’accordo di tregua non desta preoccupazioni in quanto, essendo obbligo di legge, non risulta che vi siano proprietari insolventi, né richiami agli agricoltori da parte degli organi sindacali per mancata applicazione”12.

 

In realtà non era del tutto vero quanto scriveva Pulselli perché una nuova, violenta, polemica si sviluppò fra proprietari e mezzadri a seguito della rottura della trattativa nazionale per il nuovo patto colonico e per la conseguente volontà dei coloni di trattenersi, oltre al 53% del raccolto stabilito dalla legge, un altro 4% del prodotto padronale a titolo di compenso per le spese di trebbiatura e per il pagamento dei contributi unificati.

Poco prima della scadenza della data ultima stabilita dalla tregua dell’anno precedente, il 16 maggio 1948, la Federterra chiamò a raccolta i suoi aderenti in un convegno che si svolse al teatro Boni di Acquapendente e in quella circostanza l’ispettore confederale Primo Marchi arringò l’uditorio:

non divideremo al 53%, ma nelle zone di pianura al 60%, in collina al 65% ed in montagna al 70%. E se per il 31 maggio prossimo non avremo raggiunto un accordo con i proprietari, non vi invito a prendere le armi, ma a scendere in piazza, come abbiamo fatto nel gennaio u.s. ed otterremo il nostro scopo13.

Un articolo sulla cronaca di Viterbo del “Messaggero” del 18 maggio riportò per intero l’ordine del giorno approvato dal convegno in cui tra le altre cose si diceva:

Il convegno provinciale delle commissioni di fattoria dei coloni e mezzadri della provincia di Viterbo (…) esaminata la situazione determinatasi a seguito della rottura delle trattative nazionali per la stipulazione di un nuovo capitolo colonico che sostituisse i vecchi e decaduti capitolati feudali e fascisti (…) protesta energicamente: contro la caparbia intransigenza della Confida (…); contro il sabotaggio degli agrari all’applicazione dell’accordo nazionale di tregua mezzadrile; da mandato alla segreteria provinciale (…) di mantenersi in agitazione per l’applicazione concreta del nuovo capitolo nazionale (…) il quale fra l’altro sancisce a) condirezione dei mezzadri nella gestione dell’azienda; b) nuova ripartizione dei prodotti; c) accantonamento per migliorie; d) abolizione degli obblighi colonici; e) contratto a tempo indeterminato14.

 

I mezzadri di Castiglione in Teverina stabilirono di ripartire i prodotti nella misura del 57% al colono e il 43% al proprietario e, attenendosi alle “disposizioni impartite dalla Federazione nazionale coloni e mezzadri”, il 6 luglio 1948 votarono un ordine del giorno di protesta in tal senso:

il restante 4% in contestazione [verrà] conferito ai Granai del popolo e il ricavato depositato in banca a nome del proprietario del fondo, del Prefetto della provincia, del Segretario della Confederterra e del colono; ove i proprietari non intendessero accettare (…) verranno per 24 ore sospesi tutti i lavori dell’azienda ad eccezione della cura del bestiame, dopo di che, se (…) il proprietario insistesse (…) si riprenderà il lavoro sotto la responsabilità dei singoli coloni assistiti dalla loro organizzazione sindacale affinché l’intransigenza padrona non si risolva in un danno per la produzione15.

Il 10 luglio Fernando Campana, capo della locale Lega dei contadini, affisse in Vignanello un manifesto in cui si invitavano gli organizzati a non versare ai proprietari la corrisposta finché le loro richieste non fossero state accolte.

La replica della controparte fu la proclamazione della serrata dei proprietari terrieri e il 12 luglio si tenne nella sede del P.C.I. di Castiglione un grande comizio a mezzo altoparlante con trentaquattro convenuti da Viterbo e da Terni, alla presenza di circa 300 persone del posto.

Gli oratori che si alternarono ad incitare i mezzadri a non trebbiare il grano dei padroni e a sostenerli nella lotta per la divisione al 57% furono il senatore comunista Gino Meacci, il segretario federale del partito Marcello Marroni, il segretario federale della Confederterra Cesare Bendotti e il segretario provinciale della Federterra Vittorio Falesiedi16.

Tutti e quattro furono immediatamente denunciati ai sensi dell’art. 415

C.P. per istigazione alla disobbedienza alle leggi d’ordine pubblico e la mattina del giorno dopo, alle ore 6.00, Bendotti e Falesiedi vennero arrestati da funzionari della Questura di Viterbo in servizio a Castiglione; non fu possibile invece l’arresto di Marroni che si rese irreperibile17, mentre per il sen. Meacci fu ordinato lo stralcio degli atti per la necessaria autorizzazione a procedere che venne chiesta il 14 settembre 1948 dal dottor Umberto Schiavotti, Procuratore della Repubblica di Viterbo18.

Naturalmente l’arresto dei due dirigenti sindacali non contribuì a sedare gli animi e la contesa sulla ripartizione del raccolto si ripresentò puntualmente l’estate successiva, in coincidenza con il periodo della trebbiatura, quando proprietari e mezzadri si dividono il prodotto.

L’obiettivo della protesta, secondo una lettera della segreteria nazionale della Federmezzadri inviata al ministro degli Interni, al ministro dell’Agricoltura, al ministro di Grazia e Giustizia e pubblicata sulla cronaca di Viterbo de “L’Unità” del 6 agosto 1949, furono questa volta il prefetto Gaetano Mastrobuono, che “ha perfino diffidato personalmente (…) dallo svolgere propaganda in favore dei mezzadri” e la forza pubblica, che “impone, soprattutto nella mezzadria impropria la ripartizione al 50%”19.

La lettera si chiudeva chiedendo al Governo un intervento immediato

nei confronti dei responsabili degli arbitrii (…) che, oltre a violare lo spirito e la sostanza delle leggi, ledono anche lo spirito della stessa costituzione repubblicana limitando le libertà di azione sindacale ai lavoratori in lotta per il rispetto dei propri diritti20.

L’attacco era pesante e il ministro dell’Interno chiese spiegazioni a prefetto e carabinieri da fornirsi entro 24 ore.

Così rispose il prefetto:

Le doglianze mosse dalla Confederterra Nazionale sul mio intervento personale e sull’azione svolta dagli organi di polizia non hanno alcun serio fondamento e non trovano alcuna rispondenza nei fatti (…). L’azione (…) mira piuttosto a determinare, per evidenti fini politici, difficoltà e disordini (…). E’ assolutamente falso che io abbia impedito la libertà sindacale ai rappresentanti provinciali della Confederterra, diffidandoli a non recarsi sulle aie (…) come è falso che l’Arma dei Carabinieri abbia fatto allontanare dai fondi detti rappresentanti (…). Per quanto sopra, mentre respingo energicamente gli addebiti formulati a carico mio e degli organi di polizia (addebiti determinati solamente dall’amarezza della Confederterra di non aver potuto conseguire (…) lo scopo di disordini e malcontenti), affermo con sicura coscienza di aver svolto ogni mia possibile azione, nalla più rigorosa osservanza della legge e delle libertà sindacali, per risolvere la vertenza nell’interesse degli stessi lavoratori (…)21.

Questa, invece, è la conclusione del maggiore Vito Guariglia, comandante del gruppo Carabinieri di Viterbo:

A dimostrazione della malafede e faziosità di certi organi di partito sta la pubblicazione oltremodo oltraggiosa di un articolo su l’Unità n° 174 del 22 luglio u/s, articolo nel quale una legale operazione di sequestro regolarmente autorizzata dall’Autorità Giudiziaria, veniva travisata al punto da presentarla col titolo “I Carabinieri per conto di un agrario rubano grano dalla casa di un mezzadro. Hanno portato via anche un somaro”. Al riguardo è stata richiesta inutilmente la rettifica, prevista dall’articolo 8 della legge sulla Stampa 8 febbraio 1948, numero 47, al Direttore de “L’Unità” ed è in corso la querela per diffamazione, da parte dei militari interessati22.

Meno di un anno dopo questo attacco, il 6 giugno 1950, la sentenza relativa al procedimento per i fatti di Castiglione in Teverina decapitò i vertici della Confederterra che subì le conseguenze delle agitazioni del biennio 1948- 49:  Vittorio  Falesiedi,  Marcello  Marroni  e  Primo  Marchi  vennero tutti riconosciuti colpevoli del reato di istigazione a delinquere continuata e condannati a mesi nove di detenzione; Cesare Bendotti venne anche accusato del reato di rissa e condannato a mesi 11 e giorni 20 di reclusione23.



NOTE

1 Resoconto dell’Ufficio comunale statistico economico dell’agricoltura di Viterbo del 12.08.1948. ASVT - Ispettorato all’Agricoltura, b. 20, c. 1.

2 Secondo il direttore dell’USEA di Bomarzo era questo un tipo di impresa con “ influenza deleteria (…) sullo sviluppo dell’agricoltura, poiché ostacolava ogni norma di miglioramento o bonifica mantenendo (…)

il criterio latifondistico (…). Una soluzione di compromesso per mantenere in vita la grande proprietà, dando ad essa una parvenza di funzione sociale”. Lettera del 4.8.1948.

ASVT - Ispettorato all’Agricoltura, b. 20, c. 14.

3 Cfr. Novissimo Digesto Italiano. Vol. III. Torino, Utet, 1974, p. 512.

4 Ibidem.

5 Precedentemente il primo contratto colonico ufficiale del viterbese era stato redatto nel 1882 da Luigi Ludovisi, seguito da un secondo contratto compilato da una commissione costituita nel 1892 in seno all’Assemblea generale dei soci del Comizio Agrario di Viterbo; nel 1919 due commissioni congiunte di proprietari e di coloni avevano poi approvato un “Nuovo patto colonico pel viterbese” rimasto in vigore fino alla revisione fascista del 1934.

6 A. Tamantini, La mezzadria, “Il Bulicame”, n° 18 del 22-29 settembre 1945.

7 B. Barbini. Viterbo e la Tuscia dall’istituzione della provincia al decentramento regionale (1927-1970).

Viterbo, 1988, p. 190.

8 Lettera al prefetto di Viterbo del direttore dell’Associazione prov.le degli Agricoltori, V. De Rossi, del  05.10.1945.   ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 26, c. 50.

9 La vertenza mezzadrile e il Ministero della Giustizia, “Il Bulicame”, n° 11 del 16.03.1946.

10 Nota del Questore di Viterbo del 25.08.1946. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 58, c. 106.

11 Rapporto del Gruppo Carabinieri di Viterbo del 09.07.1946. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 11.

12 ASVT - Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, b. 24, c. 3.

13 ASVT – Sentenza penale del Tribunale di Viterbo n° 164 del 06.06.1950.

14 L’ordine del giorno approvato dal Convegno dei coloni e dei mezzadri. “Il Messaggero”, 18.05.1948.

15 Ordine del giorno approvato dal Comitato direttivo comunale della Confederterra di Castiglione in Tev.na.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 46, c. 193.

16 Fonogramma della stazione CC. di Castiglione in Tev.na del 13.07.1948.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 46, c. 183.

17 Si veda anche, a proposito, l’intervista all’on. La Bella riportata in Appendice.

18 Lettera del Procuratore della Repubblica di Viterbo del 14.09.1948. ASVT – Procura Viterbo, b. 689.

19 Lettera di protesta ai ministri per le illegalità contro i mezzadri. “L’Unità”, 06.08.1949.

20 Ibidem.

21 Rapporto del prefetto di Viterbo al ministro dell’Interno del 12.08.1949.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 10, cc. 1120-1121.

22 Rapporto al prefetto del comandante del gruppo CC. Di Viterbo del 12.08.1949.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 10, cc. 1122-1126.

23 ASVT – Sentenza penale del Tribunale di Viterbo n° 164 del 06.06.1950.