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Breve storia delle occupazione dei terreni avvenute in provincia di Viterbo nel secondo dopoguerra.

di Angelo Allegrini

 

 

I prodromi della lotta

 

 

Sempre al terminare di ogni grande guerra (…) le agitazioni dei contadini per occupare terre da semina si fanno tanto più intense quanto più i bisogni alimentari si presentano assillanti e immediati. Negli anni successivi all’altra guerra i Governi del tempo provvidero con le leggi Visocchi, Falcioni e Mauri, a incanalare queste agitazioni verso forme legali, con grande giovamento dell’ordine pubblico e della pace sociale. Oggi, di fronte a manifestazioni del tutto analoghe a quelle di allora, il Governo ha provveduto, con l’emanazione di un decreto legislativo in corso di pubblicazione, a disciplinare la concessione di terre ad associazioni di contadini regolarmente costituite in cooperative o in altri enti 1.

Con queste parole tratte per intero dalla circolare del precedente 21 ottobre diramata dal gabinetto del Ministero dell’Interno 2, il 6 novembre 1944 il prefetto di Viterbo dava notizia ai sindaci della provincia ed alle altre autorità presenti sul territorio dell’intenzione del Governo e, nella fattispecie, del ministro dell’Agricoltura, il comunista Fausto Gullo, di procedere all’assegnazione di terre incolte ai contadini associati in cooperative.

Nella stessa lettera il prefetto affrontava anche altre due questioni: quella della liquidazione degli usi civici e quella dei patti di compartecipazione ai prodotti della terra:

Nell’Italia centrale, dove i residui dell’uso civico creano problemi terrieri di altra natura, si deve andare incontro al desiderio di ripartizione delle terre che sono ancora proprietà comune dei Municipi e delle Università Agrarie (…). Oggi il Governo ha provveduto (…) a dare facoltà ai Commissari per la liquidazione degli usi civici (…) di ripartire le terre in quote da assegnarsi ai capi famiglia con procedure rapidissime (…)3.

Nell’assicurare che sarebbe stato suo compito precipuo sollecitare gli organi locali per dare corso alle nuove disposizioni, nonché vigilare affinché gli assenti per causa di guerra venissero tenuti presenti nella ripartizione delle quote, il prefetto poi continuava:

Un’altra agitazione agraria, sulla quale è opportuno si vigili attentamente, è quella relativa alla revisione dei patti di compartecipazione ai prodotti. E’ noto, infatti, che oltre la conduzione diretta, l’affitto, la mezzadria (…) vi sono forme varie di compartecipazione ai prodotti della terra (…) di una difformità e complessità grandi e riflettono la varietà della nostra agricoltura (…). Il Governo ha provveduto, con un altro decreto in corso di pubblicazione, a questi contratti (…) ed ha disposto la revisione della misura con cui si attua la compartecipazione (…)4 .

In ogni caso, la fame di terra dei contadini e braccianti della provincia di Viterbo non aveva affatto aspettato la conclusione della guerra come aveva scritto il prefetto, ma si era, anzi, manifestata ancor prima che il regime fascista si avviasse al suo destino di decadenza e impopolarità. Quando le autorità militari alleate e le nuove forze democratiche uscite dalla Resistenza assunsero le redini del governo e dell’amministrazione del territorio si trovarono di fronte al problema delle questioni terriere di Canino, Nepi e Monteromano, che anticipava le grandi agitazioni che sarebbero scoppiate nei mesi successivi.

A Canino, terra di latifondo dove oltre i due terzi della superficie terriera comunale di 11.880 ettari erano di proprietà di due soli soggetti, la Casata Torlonia (8.000 ha.) e il Sovrano Militare Ordine di Malta (1.300 ha.), il 21 maggio 1940  gli  ex  combattenti  “inquadrati  e  con alla  testa la  Bandiera Nazionale”5, avevano invaso le quote della tenuta “Roggi” loro assegnate da Don Carlo Torlonia e vi avevano piantato il vessillo con i colori nazionali col proposito di impedire la trasformazione fondiaria e la costruzione di strade e case coloniche su un terreno che era seminato a grano.

Asportando i picchetti che il direttore dei lavori aveva fatto piantare, i circa cento ex combattenti avevano ricordato “le parole pronunciate dalla medaglia d’oro Amilcare Rossi, il giorno in cui egli consegnò le terre quotizzate: ‘Eccovi le terre che lavorerete e feconderete e che nessuno vi toglierà mai’ ” e con animo depresso le avevano commentate con la frase “in ricordo delle guerre da noi combattute rimarrà soltanto a ciascuno un pezzetto di camicia nera” 6 .

Nella temuta trasformazione fondiaria essi vedevano il pericolo di perdere la terra che seminavano da cui traevano sostentamento e alimentazione; un pericolo che non doveva essere affatto infondato se gli stessi Carabinieri che vigilavano sull’ordine pubblico ritenevano opportuno che l’amministrazione Torlonia concedesse ai contadini di Canino altri appezzamenti in località “Polledrara”, in parte già assegnati agli ex combattenti di Arlena di Castro 7.

La vertenza risaliva al 1926 8, quando trecento combattenti avevano occupato le terre della tenuta “Musignano” di proprietà dei principi Torlonia per ottenere poi, mediante accordi, 374 ettari della tenuta “Roggi”.

La concessione, regolarizzata con atto notarile nel dicembre 1929, prevedeva l’affitto di durata ventinovennale alla locale sezione Combattenti e stabiliva che il canone annuo sarebbe stato concordato da due periti designati dalle parti.

Poiché non  si  giunse  ad un  accordo su questo punto, una parte dei concessionari iniziò a corrispondere unilateralmente alla sezione Combattenti un canone di 135 lire per ettaro, mentre altri – di fronte alla richiesta di 200 lire per ettaro, determinata dal giudizio di un terzo perito chiamato a dirimere il problema – si risolsero a non pagare alcun canone di affitto.

In siffatte condizioni la sezione Combattenti di Canino non poté pagare l’estaglio stabilito e la vicenda arrivò innanzi al Tribunale di Roma che, il 17 giugno 1930, ordinò il sequestro di tutto il grano prodotto nella tenuta “Roggi”.

A seguito del malcontento che creava problemi di ordine pubblico le autorità avviarono subito diversi tentativi di conciliazione e, dopo lunghe e alterne vicende, si addivenne alla composizione della vertenza in data 22 aprile 1936.

L’intervenuto accordo riduceva però la durata del contratto, portandolo da ventinove a cinque anni, fissandone quindi la scadenza al 29 settembre 1940.

Preoccupato per la sorte dei concittadini, il Podestà di Canino, che nel settembre 1937 aveva acquistato dall’Ordine di Malta il terreno “Mezzagnone” detenuto in affitto sin dal 1924 e tramutato in enfiteusi il contratto che legava 214 famiglie a quelle terre, tentò di avviare nuove trattative con il S.M.O.M. per comprare l’intera tenuta di 1.500 ettari allo scopo di concederla ai combattenti al momento del rilascio della tenuta “Roggi”. Il tentativo rimase però senza esito, soprattutto perché quelle terre erano già state date in affitto privatamente con un contratto con scadenza 1946.

Con lo stesso intento l’Amministrazione Comunale era anche rientrata in possesso di 197 ettari seminativi della tenuta “S. Pierrotto”, detenuta illegalmente in affitto dal Consorzio Agricolo fra i proprietari di bestie vaccine da lavoro che l’aveva ottenuta dalla soppressa Università Agraria.

Grazie alla legge del 1927 sul riordinamento degli usi civici questa terra sarebbe ritornata agli aventi diritto mediante trasferimento in enfiteusi ai capifamiglia aventi diritto, ma tutto questo non bastava ancora.

Era indubbio che la massima parte dei combattenti appartenenti alla classe rurale, abbandonando la tenuta “Roggi” veniva a trovarsi nella assoluta necessità di aver bisogno di altrettanta terra per il sostentamento delle proprie famiglie, e tale quantitativo di terra, per le ragioni dinanzi espresse, non può che ottenersi che da Casa Torlonia. Qui sta il problema. Tutte le altre argomentazioni (…) sono di ben secondaria importanza (…). L’unica   via   d’uscita   (…)   sembra   (…)   l’affitto   al Comune di Canino anziché all’Associazione degli ex Combattenti dell’Azienda ‘Polledrara’ per un comprensorio di all’incirca 350 ettari 9.

Così si esprimeva, con preoccupazione, lo sconsolato prefetto, riconoscendo che l’opera svolta da lui stesso non aveva però avuto esito felice e concludendo la sua relazione sulla vertenza di Canino con l’auspicio di un intervento di Mussolini, unico personaggio al quale il principe Don Carlo Torlonia “non opporrebbe diniego”.

Dalle carte esistenti negli archivi locali non emerge cosa sia accaduto successivamente, né si sa se il Duce del Fascismo sia intervenuto o meno a favore dei combattenti, anche se è probabile che con l’inizio della guerra il Capo del Governo abbia pensato ad essi con ben altri intenti ed aspettative; sta di fatto, comunque, che un documento del 1945 attesta che la tenuta “Roggi” è stata “sottoposta a trasformazione fondiaria con la costruzione di casali ed assegnazione per questi a numerosi coloni che da oltre tre anni dimorano in quella località” 10.

La stessa memoria fornisce l’informazione che, a liberazione avvenuta, il 14 settembre 1944 venne costituita una Lega Contadini con il nome “La Caninese”, costituita da ex combattenti, agricoltori, contadini ed ex reduci e che “il primo atto della cooperativa “La Caninese” fu di richiedere all’Amministrazione Torlonia (…) alcuni terreni ad uso semina” 11.

Benché la risposta della proprietà, motivata dalla necessità di pascolo del numeroso bestiame, fu negativa, non risultano in questo frangente atti di occupazione abusiva o di agitazione dei contadini di Canino che, pure, in futuro si verificheranno numerosi; risulta invece che, a seguito dell’emanazione del decreto Gullo sulle terre incolte, la Lega dei Contadini presentò tempestivamente domanda in data 24 ottobre 1944 per la concessione di terreni in tenuta di Musignano.

Altrettanto rapidamente la Commissione Provinciale per l’assegnazione delle terre incolte il 10 dicembre si esprimeva positivamente a favore della cooperativa e il 16 dicembre 1944 il prefetto di Viterbo assegnava i 200 ettari non appoderati della tenuta “Rogge” [sic] alla cooperativa La Caninese per il periodo 1 marzo 1945 – 31 agosto 1948, accontentando – anche se solo per un momento – le richieste dei contadini di Canino 12.

A Monteromano i problemi invece non derivarono dal latifondo, quanto, piuttosto, dalla rivendicazione dei diritti della popolazione sulle terre di uso civico.

Qui, infatti, l’Università Agraria gestiva un vasto patrimonio terriero di 5.500 ettari, distribuiti tra boschi, pascoli e terra seminativa, che comprendeva le tenute “Ancarano”, “Poggio Tondo” e “Marta” per un totale approssimativo di circa 3.500 ettari di proprietà del Pio Istituto Santo Spirito e degli Ospedali Riuniti di Roma, detenuti in affitto con contratti che scadevano nel 1947.

Fino al 1939, anno in cui venne promosso un ampio programma di bonifica agraria e, in particolare, di spietramento dei terreni, l’Università Agraria concedeva annualmente ai cittadini del paese quote di terra e di foraggere per la semina dei cereali e per la raccolta del fieno e permetteva il pascolo sul resto degli appezzamenti ai 2.000 capi di bestiame degli utenti.

Nelle terre collettive veniva adottata “la rotazione agraria quinquennale estensiva che prevedeva, sui terreni concessi, due anni consecutivi di raccolto a cereali (…) e tre anni a riposo sfruttabili a pascolo per il bestiame ovino, vaccino ed equino”13.

Nel 1940 vennero accorpati appezzamenti di terreni che variavano nella misura tra i sei e i venti ettari di superficie e vennero create trenta unità poderali da concedersi agli utenti benemeriti.

Poiché il desiderio del popolo di creare poderi “fatti per tutti, e tutti nello stesso tempo”, non poteva essere realizzato per l’opposizione del Pio Istituto S. Spirito all’appoderamento dell’intero territorio, di fronte al malcontento della popolazione, ma non prima di aver costituito e concesso altre  undici   unità  poderali,  nel   1943  l’Università  Agraria  sospese  la continuazione del progetto.

Era però già troppo tardi e non appena si apprese la notizia del defenestramento di Mussolini ad opera del Gran Consiglio scoppiarono i moti popolari.

Il  26  agosto  1943  tutta  la  popolazione  di  Monteromano,  comprese donne  e  bambini, inscenò una  manifestazione  ostile  contro  l’Università Agraria, sedata soltanto da un distaccamento di Carabinieri giunto da Viterbo.  I manifestanti chiedevano che i poderanti lasciassero i loro appezzamenti alla scadenza dell’anno agrario corrente e, poiché minacciavano di turbare gravemente l’ordine pubblico del paese, il 20 agosto 1944 venne tenuta una riunione alla presenza del Sindaco di Monteromano, del Sindaco di Viterbo, avv. Luigi Grispigni, legale dell’U.A., dei membri della Consulta e di tutti i quaranta poderanti.

Nonostante che questi ultimi venissero convinti a rinunciare alle loro concessioni e che sottoscrivessero l’impegno a rilasciare i poderi entro il 30 settembre 1945, la popolazione accolse con confermata ostilità le decisioni scaturite dall’assemblea perché voleva che i poderanti fossero cacciati immediatamente dai loro appezzamenti.

Ci vollero dei giorni per riportare la situazione alla calma e persuadere i cittadini che la proroga di un anno era “indispensabile, per il buon andamento delle colture già iniziate, e per la sistemazione delle quaranta famiglie coloniche”.

Una nota anonima – probabilmente del prefetto – apposta in calce alla relazione del Commissario Prefettizio cui era stata demandata la soluzione del problema di Monteromano ci informa che anche il locale C.L.N. deliberò, in data 27 luglio 1944, la richiesta di una equa ripartizione delle unità poderali fra gli utenti dell’Università Agraria, aggiungendo che

questa Prefettura (…) sarebbe del parere di consentire alla chiesta [sic] ripartizione che risponde a criteri di una maggior giustizia distributiva e servirebbe a derimere eventuali incidenti e ad eliminare indebiti favoritismi dell’epoca fascista 14.

A Nepi il problema della richiesta di terreni da parte dei contadini meno abbienti si era presentato già molto prima dell’arrivo degli Alleati senza che la soluzione venisse trovata in maniera convincente dalle autorità costituite.

Una segnalazione dei Carabinieri 15 avente oggetto “Ordine pubblico in Nepi” ci attesta che già il 10 ottobre 1941 si tenne colà una riunione tra agricoltori e rappresentanti del sindacato fascista dei lavoratori dell’agricoltura, convocata con lo scopo di definire i termini contrattuali relativi ai rapporti esistenti con non meglio identificati contadini che avevano ottenuto la cessione di alcune terre.

In quella circostanza vennero raggiunti diversi accordi che stabilivano percentuali di compartecipazione differenziate a seconda che i terreni fossero semplicemente arati (75 % ai coloni, 25 % al concedente), arati con mezzi meccanici dei concedenti (due terzi a favore del lavoratore, un terzo a favore del concedente), o che fossero maggesati con mezzi meccanici, nel qual caso il prodotto sarebbe stato diviso in ragione di due terzi per il concedente e di un terzo per il compartecipante.

Sebbene il comandante dei Carabinieri commentasse in termini positivi tali accordi, che avrebbero dovuto “soddisfare i contadini locali, rispecchiando essi le consuetudini del luogo”16, la questione non era evidentemente risolta, né gli abitanti di Nepi si sentivano soddisfatti,  in quanto – ancorché in regime di occupazione tedesca – il 12 marzo 1944 “circa 600 contadini (uomini e donne)”17 invasero terreni irrigui di un centinaio di ettari con l’obiettivo di seminarvi il granturco.

Dall’esame della corrispondenza intercorsa tra il Capo della Provincia e l’Unione Provinciale Fascista Lavoratori dell’Agricoltura, sembra che l’invasione fosse del tutto inaspettata perché, a parte l’utilizzo della Guardia Nazionale Repubblicana per “stroncare violenza et raccogliere elementi onde andare successivamente incontro at giuste richieste lavoratori agricoli”18, anche il Segretario Provinciale del Sindacato, nel promettere ogni “più valido appoggio” alle aspirazioni dei contadini, confessa di non conoscere la situazione locale non essendo mai stata fatta alcuna richiesta di concessione di terre.

Sarà una lettera del prefetto di Viterbo, del 12 settembre 1944, destinata alla Commissione Alleata di Controllo, ad informare che dopo l’invasione, “in seguito all’intervento dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali del tempo le assegnazioni di terreni per la semina del grano avvennero pacificamente”19 e che, dopo la liberazione, i dirigenti della sezione del partito comunista di Nepi avevano avanzato una bonaria richiesta ai proprietari del luogo affinché concedessero parte dei loro terreni in considerazione delle necessità dei più bisognosi.

Nell’aggiungere che molti proprietari avevano aderito all’istanza, mentre altri si erano mostrati contrari suscitando il malumore dei contadini che erano rimasti senza terra, nel timore che le minacce di nuove invasioni diventassero realtà, il prefetto si spinse a suggerire al Comando Alleato l’adozione di provvedimenti legislativi che disponessero la concessione di terra quando non fossero “prevalenti motivi di interesse agrario” per la durata di tre o quattro anni, impegnandosi nel frattempo, in mancanza di superiori determinazioni, ad esercitare opera di persuasione nei riguardi di quei proprietari che non avevano accettato le richieste loro esposte.

Di fronte a questa proposta gli Alleati risposero lavandosi le mani; il 14 settembre 1944 il Tenente Colonnello A. R. De Garston, Commissario Provinciale della Commissione Alleata, così rispondeva al prefetto in merito alla vertenza di Nepi:

(…) la questione deve essere effettivamente risolta da Lei e dalle autorità legali. La questione della proprietà, cessione o contratti, è di natura legale e noi non possiamo interferire in proposito 20.

 

I decreti Gullo

 

Appurato dunque che gli americani non avrebbero interferito nelle questioni che attenevano alla riorganizzazione dell’agricoltura su una base di maggiore giustizia sociale, fu il Governo ad occuparsi del problema con una complessa legislazione emanata tra l’estate e l’autunno del 1944 dal ministro comunista dell’Agricoltura, Fausto Gullo.

Con una serie di decreti presentati come provvedimenti contingenti21, egli si occupò di patti agrari per garantire ai contadini una percentuale minima del 50 % del raccolto, stabilì la proroga dei contratti per impedire lo sfratto dei coloni da parte dei proprietari, assicurò incentivi alla consegna di parte del prodotto ai “granai del popolo”, tentò di eliminare ogni forma di intermediazione agricola, accelerò le procedure per la ripartizione delle terre di uso civico e, soprattutto, regolamentò e impose la concessione delle terre incolte a cooperative agricole ed associazioni, cercando così di modificare la situazione di squilibrio presente nelle campagne a tutto favore dei contadini.

Era, come si è detto, una legislazione complessa che venne concepita con l’intenzione di disarticolare organicamente lo strumento di controllo sociale esercitato dai proprietari sui contadini.

Innanzi tutto si proponeva di assicurare stabilità: affinché le condizioni di giusta rivendicazione potessero infatti esplicarsi

era necessario che al blocco dei fitti si accompagnasse la proroga dei contratti (…) La proroga dava sicurezza del domani immediato (…) e danneggiava solo i proprietari assenteisti, mentre fino a quel momento, essendo in vigore il blocco dei fitti ma non la proroga dei contratti, il proprietario (…) intimava la disdetta al colono, come gli era giuridicamente consentito, senza essere tenuto a dare ragione alcuna del suo atto, e restava poi in attesa che il colono, come sempre avveniva, accettasse obtorto collo la illegale richiesta di un mascherato aumento del canone, pur di non lasciare il fondo 22.

Poi, si proponeva di suscitare, attraverso il desiderio atavico di terra, una mobilitazione contadina di tipo collettivo perché si potesse andare oltre il limite della contrattazione individuale che lasciava il contadino in una condizione di solitudine e isolamento; affinché – sosteneva lo stesso Gullo – “non vi debba essere patto agrario che non sia, nello stesso tempo patto collettivo (…)”, visto che “soltanto così è possibile ottenere non soltanto una giustizia meglio distribuita, ma soprattutto una più reale e sostanziale giustizia” 23.

Da qui l’enunciazione principale dell’articolo 1 del D.L.L. 19 ottobre 1944, n. 279, che prevedeva la possibilità di concessioni di terreni non coltivati o insufficientemente coltivati ad “associazioni di contadini, regolarmente costituite in cooperative o in altri enti”.

Sicuramente il più famoso tra tutti i cosiddetti “decreti Gullo”, quello per la “concessione ai contadini delle terre incolte” fu anche il provvedimento più contrastato dalle resistenze della proprietà agraria e provocò nel Paese un’ondata di agitazioni e occupazioni terriere destinata a durare tre anni e oltre.

Concepito come intervento provvisorio, così come era avvenuto anche per il decreto Visocchi per la concessione di terra agli ex combattenti della prima guerra mondiale, venne inizialmente considerato una misura “volta a far rientrare nell’ordine e nella legalità le occupazioni di terre, avviate nelle zone latifondistiche fin dall’autunno 1943” 24, per diventare poi un modello di riferimento esplicito nella definizione del limite della proprietà privata, tanto da essere richiamato nella discussione in seno alla Costituente per l’elaborazione dell’art. 44 della Costituzione Italiana25.

Il decreto prevedeva che l’istanza per la concessione dei terreni fosse esaminata da una Commissione  provinciale,  formata  dal  presidente  del Tribunale, da un rappresentante dei proprietari e da un rappresentante dei contadini, nominati dal prefetto su designazione delle organizzazioni sindacali.

Questa Commissione doveva determinare, in caso di mancato accordo fra le parti, l’indennità da corrispondere al proprietario e stabilire tempi e modalità della presa di possesso dei terreni.

L’articolo 5 statuiva che le decisioni della Commissione dovessero essere emesse entro un termine massimo di quindici giorni dalla data di presentazione della domanda e che la concessione avvenisse mediante decreto del prefetto, da emettersi entro cinque giorni dalla decisione della Commissione.

La durata massima della concessione non poteva superare i quattro anni agrari.

Anche il D.L.L. 284/’44, recante norme per l’acceleramento delle procedure di ripartizione delle terre di uso collettivo, andava nella direzione di un intervento a favore dei contadini.

Esso disponeva che i commissari per la liquidazione degli usi civici potessero autorizzare, su richiesta dei comuni o delle Università Agrarie e in deroga alle disposizioni vigenti, la concessione delle terre con obbligo di miglioria, mediante ripartizione in quote costituenti congrue unità colturali, da assegnarsi ai capifamiglia coltivatori diretti, con preferenza per quelli meno abbienti.

Stabiliti tempi rapidissimi per la redazione dei piani di ripartizione dei terreni, delle modalità di richiesta e di assegnazione delle quote, mediante sorteggio fra gli aventi diritto, il decreto obbligava il commissario liquidatore a tramutare la concessione in  enfiteusi perpetua  una  volta accertata dall’ispettore provinciale agrario l’avvenuta esecuzione delle migliorie richieste.

Malgrado le novità di rilievo, è opinione comune nella storiografia corrente che questo complesso legislativo non produsse gli effetti sperati e che il fallimento del progetto di Gullo sia stato provocato, oltre che dalla freddezza del PCI nei confronti dei suoi provvedimenti26, dalla ostilità di liberali e democristiani che imposero nella discussione in Consiglio dei Ministri alcune modifiche sostanziali che stravolsero la volontà originaria di Gullo.

Tra queste, la più importante sarebbe stata quella di aver imposto in seno alla Commissione, attraverso “l’orientamento prevedibile del presidente del Tribunale”, una maggioranza precostituita anticontadina27, o anche  la stessa formulazione della legge, circa la regolare costituzione delle cooperative, che avrebbe rappresentato un ostacolo invalicabile nel dare luogo ad obbligo di presentazione di documenti insieme alla domanda di concessione, tanto da impedire ai contadini l’accesso ai benefici.

Il limite costituito dall’ambito territoriale esaminato dal presente lavoro non consente di entrare nel merito di tali interpretazioni che – come si vedrà successivamente – parrebbero generalizzazioni non del tutto supportate dall’analisi documentale degli archivi locali; sembra invece maggiormente verosimile la denuncia di mancanza di assistenza e, soprattutto, di credito finanziario alle cooperative, che, lasciando i contadini abbandonati a se stessi, potrebbe aver contribuito in maniera determinante all’insuccesso del progetto utopistico di Gullo28.

 

Le prime invasioni

Nel frattempo, prima che si concludesse quel per molti versi fatidico 1944, le agitazioni per ottenere la terra andavano diffondendosi per la provincia, mantenendo tuttavia per il momento un carattere di manifestazioni spontanee sulla scia delle tradizionali proteste contadine del passato, anche se questa volta venivano in qualche modo promosse dalle aspettative suscitate proprio dai provvedimenti del ministro Gullo.

Il 31 ottobre 1944, circa cinquecento contadini del Comune di Bassano di Sutri 29, muniti di attrezzi e accompagnati da animali da lavoro, invadevano la tenuta “Aiola” del principe Odescalchi con lo scopo di dividere i cinquecento ettari di terra in lotti da distribuirsi in ragione di un ettaro ciascuno 30.

L’invasione era stata preparata per tempo, dato che una lettera del Comando Gruppo CC. RR. di Viterbo del 2 ottobre 1944 “sul fenomeno della minacciata occupazione dei terreni che va delineandosi pure nel territorio di questa provincia” 31  aveva avvisato della proposta agitata da elementi estremisti che non aveva però raccolto il consenso degli abitanti di Bassano, anche perché la rivendicazione non appariva giustificata, essendo quel “feudo già stato ripartito e ceduto per tre quarti alla università agraria del luogo, per la successiva distribuzione di piccoli lotti ai contadini” 32.

Una successiva lettera del Sindaco al prefetto di Viterbo spiega che l’invasione della tenuta “Aiola” venne determinata dall’urgenza della semina e dalle “notizie apparse sulla stampa riguardanti l’acceleramento della procedura per la concessione delle terre incolte”33; in ogni caso, quello stesso 31 ottobre, al momento della programmata ripartizione delle quote, erano sorte delle divergenze in merito alla scelta della terra migliore e molti contadini avevano abbandonato la tenuta del principe Odescalchi facendo spontaneamente ritorno alle loro case, mentre i più riottosi, che avevano iniziato immediatamente i lavori per la semina, si erano dati alla fuga al giungere sul posto dei Carabinieri, abbandonando attrezzi e una quarantina di capi  bovini  che  furono  rastrellati  per  essere  poi riconsegnati  ai  legittimi proprietari.

Anche a Gallese sembrava non si dovessero profilare minacce di invasione; erano in corso trattative con i proprietari per la cessione di parte dei terreni ai contadini disoccupati, avviate dai dirigenti locali della D.C. e del P.C.I. e, poiché generalmente i proprietari aderivano alle richieste, anche i Carabinieri erano tranquilli.

Nondimeno, il 18 novembre, trenta persone capeggiate da esponenti comunisti e socialisti occupavano arbitrariamente cinque ettari di un’azienda agricola in località “Puntone”, peraltro già condotta a colonia da tre famiglie contadine, picchettando il terreno allo scopo di ripartirlo.

All’arrivo dei militi gli occupanti sospesero la loro azione, “in attesa ulteriore decisioni Enti competenti che saranno interessati” 34.

Mentre questi “Enti” cominciavano ad affrontare le numerose situazioni che venivano loro sottoposte, le occupazioni intanto si moltiplicavano.

Il primo dicembre i contadini della cooperativa agricola di Ischia di Castro, “in seguito a favorevole comunicazione verbale, avuta dalla commissione per l’assegnazione delle terre incolte o mal coltivate, senza aspettare il decreto Prefettizio”35, occupavano ottanta ettari in località “Crognoleta” della tenuta “Musignano”, tra Canino e Ischia, prendendo anche possesso di circa venti ettari già seminati a grano dai coloni mezzadri dell’amministrazione Torlonia.

Il 14 dicembre era la volta di Latera, dove i circa settanta aderenti, che, auspice il Sindaco, Samuele Spizzichino e sotto l’egida del locale C.L.N., solo pochi giorni prima avevano costituito la Lega dei Contadini36, dettero vita ad una “improvvisata, ma calma invasione” 37 di terre non meglio localizzate.

Sempre a Gallese, “in seguito ad istigazione del rappresentante la camera del lavoro del luogo” 38, il giorno 20 dicembre 1944, tre contadini occuparono abusivamente un ettaro lasciato a pascolo dal mezzadro che conduceva la colonia sita in località “Scappia”.

Data l’esiguità della vicenda e in mancanza di querela da parte della proprietà, i tre occupanti non vennero denunciati ma, anzi, grazie al Sindaco, agli assessori e agli esponenti del C.L.N. di Gallese, tutti convenuti nella caserma dell’Arma, “fu esaminata con reciproco assenso, la possibilità di assegnare un ettaro e precisamente quello già vangato, ai tre contadini per la stagione in corso” 39.

Lo stesso giorno, 20 dicembre 1944, mentre a Gallese si consumava la circostanza dell’invasione di un ettaro di terra, a Viterbo il prefetto emetteva uno dei primi decreti di concessione di terra ai sensi del decreto 279 del ministro Gullo.

Grazie alla decisione favorevole della Commissione Provinciale per la concessione di terre incolte40, i contadini della cooperativa agricola “Ricostruzione Nazionale” di Arlena di Castro ottenevano venticinque ettari della tenuta “Valle Frascana”, in località “Polledrara”, del principe Torlonia, “per il solo anno agrario 1944-1945” e altri venticinque ettari dell’appezzamento “Boscaina” del medesimo proprietario, “per gli ulteriori tre anni agrari successivi, fino al tempo massimo previsto dalla legge” 41 e dietro corresponsione di un terzo del prodotto del raccolto così come era stato disposto per la trattata vicenda del quarto “Roggi”di Canino.

Il primo anno di libertà, benché costellato di problemi e con una guerra ancora in corso più a nord, si stava chiudendo pieno di buoni propositi e di speranze; nel clima generale di euforia, alimentato forse da qualche illusione di troppo che presto sarebbe stata fatalmente delusa, va segnalato un dato che pare significativo per la migliore comprensione dei fatti che accadranno nei mesi e negli anni successivi: una nota, giunta per conoscenza in Prefettura il 30 dicembre 1944 e indirizzata all’Ufficio Regionale del Lavoro di Roma, raccomandava, a seguito della richiesta di trenta lavoratori stagionali da adibire alla mondatura del grano, avanzata dalla società Demetra proprietaria della tenuta “Colonna” in agro di Bomarzo, che quel personale venisse inviato da altri Uffici Provinciali del Lavoro della regione, stante la “difficoltà nel reclutamento della manodopera agricola, per deficienza di prestatori d’opera” nella  nostra  provincia,  nonostante  “condizioni  di  assunzione  buone  per l’elevato salario e la possibilità di ottenere il pasto nell’azienda” 42.

Fosse vero o meno che la manodopera disponibile non si trovasse nelle nostre campagne, certo è che i contadini invece c’erano e che le loro richieste si fecero via via più pressanti, esigenti e numerose.

A riprova di ciò, prima di entrare nel merito delle agitazioni che si svolsero nel 1945, vale la pena soffermarsi su alcune testimonianze che, rilasciate a caldo, attestano come le intenzioni del ministro Gullo si scontrassero sin dall’inizio con una realtà difficile e poco ideale che rendeva arduo il compito delle Commissioni previste dal decreto 279 e molto prima che gli ostacoli ideologici cui si è fatto cenno in precedenza avessero il tempo di svilupparsi.

Già il 18 dicembre 1944 uno dei componenti della Commissione per l’assegnazione delle terre incolte, il geometra Francesco Sartori, rassegnava le dimissioni dall’incarico con la convinzione che il decreto emesso soltanto due mesi prima non poteva risolvere il problema terriero della provincia di Viterbo: “dato uno sguardo al Decreto Luogotenenziale (…) mi scoraggiai”, scriveva il commissario al prefetto, argomentando che

nella nostra Provincia, e particolarmente nei comuni a latifondo, il problema è un altro. In essi Comuni, e da secoli, per essere in quei territori, le proprietà terriere accentrate nella quasi totalità in mani di pochi, esistevano masse di braccianti agricoli e gruppi di bovattieri, che, o per diritto di uso civico (…) o per secolari consuetudini, ottenevano nelle varie tenute terre da seminare a grano a ‘terratico’ (corrisposta in grano) e pascoli per le loro bestie addette ai lavori della semina (…). Oggi i contadini credono che, con quel decreto, non debbano avere quel superfluo delle terre non coltivate; ma le quantità di superfici loro occorrenti. Come contentarli? La legge non si presta.

Sartori poi continuava entrando nel merito delle questioni:

La Commissione nostra ha fatto degli strappi alla legge per andare incontro ai contadini. Ma il suo lavoro è stato ed è defatigante e, poi, insoddisfacente per le due Parti in contrasto. Si tentano le conciliazioni; ma s’incontrano le incomprensioni sociali e le rigide resistenze dei latifondisti (…) e più accanitamente dei loro grandi affittuari (…). Ed il decreto si presta alle resistenze, perché terreni non coltivati o insufficientemente coltivati, nel modo assoluto rarissimamente si trovano. E dati i sistemi di rotazione ed avvicendamenti delle aziende a conduzione estensiva, non si potrebbero considerare tali gli appezzamenti sodivi a pascolo naturale (…). Aggiungasi che dei latifondisti (…) si misero, in tutta fretta, (…) a seminare anche con metodo irrazionale (…)’in crosta’, (cioè senza il maggese).

La conclusione che Sartori traeva era chiara e sconsolante:

Nonostante tante difficoltà e tanti contrasti, la nostra Commissione, derogando dalla lettura della legge, è riuscita a fare delle assegnazioni. Più non poteva fare. Ed il problema, però, resta insoluto. Ed il periodo di agitazioni agrarie permane 43.

Poco tempo dopo sarà il capo dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, dott. Alberto Pulselli, a elencare i problemi esistenti e a confermare che spesso ci si trovava di fronte a richieste di terreni di buona feracità, niente affatto incolti, bonificato con scasso, seminati ad erba medica, piantati con olivi o addirittura già assegnati a colonia.

Ricordando che si erano registrati rifiuti delle concessioni decretate dal prefetto perché queste non rispondevano con esattezza a quanto richiesto dalle cooperative ma ai criteri stabiliti dalla legge, il dott. Pulselli notava anche che, dopo aver ottenuto la concessione, molte di queste cooperative ripartivano la terra tra i singoli soci che esplicavano così, difformemente dallo spirito del decreto Gullo, un’attività individuale.

Rilevava ancora Pulselli che, mentre il decreto sulla assegnazione di terre incolte aveva provocato la presentazione di molte domande, l’altro decreto per la ripartizione delle terre di uso collettivo, non aveva invece destato interesse tra gli agricoltori.

Appare oltremodo strano, scriveva il capo dell’Ispettorato al ministro Gullo, che alcuni paesi dotati di proprietà soggette ad uso civico (…)non sentano istintivo il bisogno di avere concesse, in enfiteusi a miglioria, le terre di loro spettanza, domandandosi se dato che nella nostra Provincia l’applicazione del Decreto 19 ottobre 1944 n° 284 può trovare, ed è necessario che trovi presto, larghissima applicazione, è giustificabile che là ove vi sono terre da lottizzare e concedere in enfiteusi (…) si provveda ad assegnarne altre, magari di scarsa produttività anziché ripartire a migliorare le precedenti 44.

Pulselli lamentava  anche che il compito devoluto al rappresentante dell’Ispettorato, cioè la decisione di fatto dell’incoltura o meno di un terreno, poneva lo stesso in una condizione imbarazzante per chi doveva essere “il consigliere e l’amico di ogni rurale di cui deve riscuotere la fiducia e la simpatia”, facendolo ritenere in definitiva il solo arbitro della concessione, e proponeva per questo al ministro di rimettere “il giudizio tecnico dell’incoltura delle terre ad un collegio di tecnici, che funzioni al lato della Commissione Provinciale con voto consultivo” 45.

A queste e altre considerazioni Fausto Gullo rispondeva con nota prot. 447 del 28 aprile 1945, facendo presente che gli “inconvenienti che si verificano” erano già a conoscenza del suo Ministero che, tuttavia, non aveva ritenuto opportuno, “nel momento attuale”, modificare la legge, ma solo di limitarsi ad integrarla con norme interpretative.

Il ministro non vedeva la necessità di istituire collegi di tecnici poiché per lui era

chiaro come non sia difficile il riconoscimento dello stato di coltura delle terre, e (…) anche quello della insufficienza di cultura 46Quanto alle richieste di terreni che non risultino conformi alle disposizioni di cui all’art. 1, queste dovevano essere senz’altro respinte, mentre il sistema di conduzione dei terreni, adottato da alcune cooperative che (…) ripartiscono la terra fra i singoli soci (…) dev’essere conforme a quello prescritto dal disciplinare della concessione (…) pena la decadenza della concessione stessa47.

Le norme interpretative annunciate dal ministro Gullo arrivarono in verità più tardi, con un altro decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale soltanto il  22 dicembre  194548, quando  già la  situazione si  era fatta  più pesante e richiedeva differenti provvedimenti.

Il nuovo dispositivo non aggiungeva né toglieva granché al decreto originario, limitandosi a definire i dettagli delle procedure da seguire nell’applicazione della legge.

L’articolo due chiariva che l’istanza alla Commissione andava proposta dal legittimo rappresentante dell’associazione che richiedeva la concessione e doveva contenere tutti gli elementi necessari all’esatta identificazione del fondo ed alla precisazione della estensione e stato di coltura. Al fine di attenuare l’impatto negativo dell’iter burocratico aggiungeva che l’istanza era presa in considerazione anche se accompagnata dalla sola copia dell’atto notarile di costituzione della cooperativa.

Una volta registrata dal cancelliere, la pratica era sottoposta al presidente della Commissione che, ai sensi dell’art. 4 del decreto, era tenuto a stabilire sia l’udienza di comparizione che il termine entro il quale notificare la decisione alle parti.

Qualora ci si fosse trovati in presenza di inadempienze o infrazioni agli obblighi stabiliti dal D.L.L. 279, questi dovevano essere accertati con ricorso alla Commissione che doveva esprimersi a proposito con le medesime procedure seguite per la concessione dei terreni; l’articolo nove confermava peraltro la competenza del prefetto a pronunciare, su parere della Commissione, il decreto di eventuale decadenza della concessione.

Per snellire il sovraccarico di lavoro provocato dalla quantità di istanze presentate, veniva poi autorizzata dall’art. 11 l’istituzione di una o più commissioni aggiunte nelle province dove il numero e l’importanza delle domande lo richiedevano e, al fine di evitare che interessate assenze dei commissari provocassero ritardi e interruzioni nel processo di assegnazione della terra, veniva disposta all’art. 14 la sostituzione da parte del prefetto dei componenti della Commissione che non intervenivano alle sedute senza giustificato motivo.

Se si trattava di un tentativo di dare impulso alle procedure di concessione per incanalare le aspettative e le energie dei contadini verso l’obiettivo delle terre incolte, esso arrivava comunque in ritardo. Tra agosto e settembre del 194549 si erano verificate infatti una serie di invasioni, questa volta meno spontanee, molto più ideologizzate e spesso guidate o ispirate dai dirigenti delle locali sezioni del PCI che non si curavano troppo del fatto che le terre occupate fossero o meno seminate, affittate, o di proprietà di piccoli coltivatori.

A Onano, il giorno di Ferragosto, diciotto reduci dalla prigionia avevano invaso otto ettari di terreno seminato della Congregazione di Carità e dati in affitto a contadini del luogo50, mentre, il 12 e 13 ottobre 1945, cinquanta braccianti, “prevalentemente comunisti”, avevano occupato i boschi comunali in località “Piano” e “Canale Romita” allo scopo di disboscarli per la semina del grano51.

A fine agosto, il giorno 29, cinquecento reduci ed ex combattenti di Ischia di Castro invadevano 35 ettari della tenuta “Stefanaccio” di Ludovico Tiberi e 150 ettari della tenuta “Vepre” di Vittoria Ortensi, entrambi condotti a mezzadria, per replicare il giorno dopo con l’occupazione di altri trentacinque ettari della tenuta “Pianeto” di proprietà di Lorenzo Bocci. A seguito di queste invasioni, il 3 settembre 1945, si addivenne ad un accordo per il tramite del prefetto che prevedeva la cessione di parte delle terre occupate ma, nonostante ciò, il 5 settembre, gli invasori erano di nuovo sugli stessi terreni e provvedevano a picchettarli52.

Non ancora soddisfatti e “preceduti bandiera nazionale”, i contadini di Ischia l’undici settembre invadevano altri duecento ettari di terreni di proprietà del principe Torlonia nelle località “Fiora”, “Pian di Montalto”, “Piana di Riminello” e “Piana di Vannuzzi”, facendo sapere che, essendo sprovvisti di grano da semina, avrebbero assaltato i magazzini dei locali proprietari terrieri per impossessarsi di quanto necessario53.

A seguito dei fatti di Ischia, anche i contadini di Farnese, in massima parte reduci e sempre con la bandiera tricolore, il 12 settembre invadevano settantacinque ettari, parzialmente coltivati, nelle località “Voltone” e “Portone della Merce”, di diversi proprietari, ma col “solo fine procurarsi lavoro et sostentamento famiglie” 54.

Il tre settembre erano stati, a loro volta, seicento abitanti di Canino ad invadere diverse centinaia di ettari in località “Musignano”, “Terra Rossa”, “Granciare”, “Prataccione”, “Mandria del Pero”, “Noceta”, “Pratoni” e “Mandria delle quaranta rubbie”, tutti di proprietà della casata Torlonia55, dopo che i soci della cooperativa “La Caninese” avevano rifiutato l’appezzamento della tenuta “Roggi”, concesso dal prefetto l’anno prima56, poiché – tra le altre motivazioni addotte – “sterile (…) e non richiesto in nessuna domanda” 57.

Tra il 16 e il 17 settembre era la volta di Arlena di Castro, Valentano e Cellere, dove, rispettivamente, duecento contadini invadevano i terreni Torlonia in località “Polledrara”, altri trecento invadevano quattrocento ettari della tenuta “Mezzano” e altri appezzamenti in agro di Grotte di Castro e dove, infine, centocinquanta braccianti, che pure avevano già avuto la concessione per tre anni di quarantotto ettari della tenuta “Le Larghe”58, occupavano 460 ettari di terreni in parte coltivati e in parte incolti in località “Chiovano” e “Mazzatella”59.

A fine settembre, a Civita Castellana, ventisette iscritti della cooperativa “Unità” decidevano di dare esecuzione immediata alla decisione favorevole della Commissione per l’assegnazione delle terre incolte e occupavano direttamente, senza aspettare il decreto prefettizio, una superficie imprecisata in località “Macchia Spinelli” di Amina Favalli60.

A Capodimonte, dopo che il segretario della sezione della D.C. aveva scritto al prefetto che “da parte della locale sezione comunista sono state fatte arbitrarie richieste di terra ad alcuni (…) iscritti (…) accompagnate da minacce d’invasioni qualora non venissero soddisfatte” 61, i primi giorni di ottobre vennero occupati diversi terreni seminati nell’agro comunale e quando i Carabinieri si recarono sul posto per ristabilire “ordine e legalità” si verificarono anche degli scontri a fuoco con i militari che risposero con due scariche di mitra, per fortuna senza conseguenze62.

Il panorama della situazione della provincia di Viterbo, alla fine del 1945, si conclude con una nota di colore rappresentata dall’istanza che i reduci, celibi, della prigionia del comune di Carbognano inviarono al prefetto il dodici ottobre:

Il terreno comunale (…) – scrivono gli stessi – per volere del partito comunista dovrebbe venir diviso in lotti; (…) dando il diritto di proprietà a tutti coloro che dal 1922 hanno contratto matrimonio, togliendo di conseguenza il diritto a noi reduci che per i lunghi anni di servizio militare non abbiamo potuto sposarci e di conseguenza [siamo] in balìa dell’avverso destino 63.

Si trattava di una richiesta di intervento e di aiuto da parte di una categoria che soffriva il problema del reinserimento nella vita sociale, che – visto il tenore un po’ sdolcinato della missiva – faceva leva sul sentimento, non senza minacciare però di agire “anche con la violenza” in caso di mancato accoglimento delle loro istanze.

Questo era il clima di quei momenti; lo spirito di unità che aveva animato le forze della Resistenza e i partiti del C.L.N. si stava cominciando a spezzare per far spazio all’azione di tutela dei diversi interessi e di perseguimento di obiettivi divergenti.

Lo conferma una nota del giudice Antonio De Rosa, presidente della Commissione Provinciale per l’assegnazione delle terre incolte, che, relazionando sull’attività svolta, comunica al prefetto che alla data del 21 settembre “non è in corso di istruttoria nessuna pratica” e che,  essendo sospese soltanto sette istanze di leghe e cooperative, tutte invitate a costituirsi regolarmente nelle forme riconosciute dalla legge, con la definizione di tali pratiche potrebbe ritenersi in via d’esaurimento il compito affidato alla commissione.

Il fatto che in questi ultimi giorni si sono manifestate delle agitazioni per le concessioni di terra – concludeva il dott. De Rosa – non ha alcuna correlazione con la concessione dei terreni incolti, poiché le invasioni effettuate dai contadini non hanno avuto per oggetto terreni che possono ritenersi incolti, ma zone appoderate 64.

Era personale opinione del presidente della Commissione provinciale che, per le modalità stesse delle invasioni, le agitazioni dovevano essere connesse ad un’opera di sobillazione.

Lo scontro, inizialmente inteso come pura rivendicazione sociale, diventava ideologico.



NOTE

 

1 Circolare prefettizia del 6.11.1944. ASVT - Ispettorato all’Agricoltura, b. 24, cc. 9-11.

2 Circolare 9915/3919 del Gabinetto del Ministro dell’Interno del 21.10.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 26, c. 62.

3 Ibidem.

4 Ibidem.

5 Segnalazione del Podestà al Prefetto di Viterbo del 21 maggio 1940. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 276.

6 Rapporto del Maggiore Comandante del Gruppo di Viterbo dei Carabinieri Reali del 22 maggio1940. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 274.

7 Rapporto del Maggiore Comandante del Gruppo di Viterbo dei Carabinieri Reali del 24 maggio 1940. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 272.

8 Cfr. Relazione del Prefetto di Viterbo al Gabinetto del Ministro dell’Interno del 25 settembre 1940.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, cc. 236-241.

9 Ibidem, cc. 240-241.

10 Memoria scritta del Sindaco di Canino del 3 settembre 1945. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 180.

11 Ibidem.

12 Decreto prefettizio 16 dicembre 1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 208.

13 Per queste e le successive notizie sulla vicenda della U.A. di Monteromano cfr. la relazione del Commissario Prefettizio dell’ 8.11.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, cc. 24-29.

14 Ibidem, c. 29.

15 Rapporto del Ten. Col. Comandante il Gruppo di Viterbo dei Carabinieri Reali del 12.10.1941.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 321.

16 Ibidem.

17 Comunicazione del Commissario prefettizio del 12.03.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 315.

18 Fonogramma del Capo della Provincia così come riportato testualmente nella nota riservata del 17.03.1944 del segretario dell’Unione Prov.le Fascista Lavoratori Agricoltura indirizzata al corrispondente di Nepi.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 308.

19 Nota del 12.09.1944, a firma del Prefetto di Viterbo, al Commissario Provinciale della Commissione Alleata di Controllo. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 290.

20 Risposta del 14.09.1944 della Commissione Alleata di Controllo al Prefetto di Viterbo.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 289.

21 Si tratta del R.D. 3.6.1944, n. 146, “Proroga dei contratti agrari”; del D.M. 26.7.1944, “Prezzo del grano e dell’orzo per il pagamento dei fitti in natura”; del D.L.L. 19.10.1944, n. 279, “Concessione ai contadini di

terre incolte”; del D.L.L. 19.10.1944, n. 284, “Acceleramento delle procedure di ripartizione delle terre di uso collettivo fra i contadini” e del D.L.L. 19.10.1944, n. 311, “Disciplina dei contratti di mezzadria impropria, colonìa parziaria e compartecipazione”.

22 A. Rossi-Doria. Il ministro e i contadini: decreti Gullo e lotte nel Mezzogiorno, 1944-1949. Roma, 1983. pp. 59-60.

23 F. Gullo, Sulla riforma agraria, in Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del partito comunista italiano. Vol. II 1944-1955. Venezia, Marsilio editori, 1985, p. 197.

24 A. Rossi-Doria, op. cit. p. 103.

25 Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone

obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane. Costituzione della Repubblica, articolo 44.

26 Ginsborg, ad esempio, sostiene che Togliatti accolse con favore i decreti Gullo (…) solo fin quando non

mettevano in pericolo l’alleanza con la DC. Una volta che il movimento contadino prese a mettere in discussione la legge e l’ordine, a discutere il diritto di proprietà (…) non c’era da aspettarsi che la dirigenza comunista continuasse ad appoggiare lo zelo riformatore del proprio ministro dell’Agricoltura.

  1. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988. Torino, 1989. pp. 140-141.

27 Cfr. Ginsborg, op. cit., p. 140 e Rossi-Doria, op. cit., p. 107.

28 Lo stesso Gramsci aveva criticato il modello di concessione di terre incolte applicato all’indomani del I conflitto mondiale nell’articolo Operai e contadini su “L’Ordine Nuovo” del 3.01.1920: “Cosa ottiene un

contadino povero invadendo una terra incolta o mal coltivata? Senza macchine, senza un’abitazione sul luogo del lavoro, senza credito per attendere il tempo del raccolto (…) Cosa può ottenere un contadino povero dall’invasione?” Cit. in Ginsborg, op. cit., nota 24, p. 142.

29 Ora Bassano Romano.

30 Rapporto del Tenente Comandante la Compagnia CC. RR. di Viterbo del 1.11.1944.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 115.

31 Stralcio della lettera del Comando Gruppo CC. RR. di Viterbo del 2.10.1944.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 116.

32 Ibidem.

33 Lettera del Sindaco di Bassano di Sutri del 3.11.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 131.

34 Segnalazione del Maresciallo Comandante la Sezione CC. RR. di Orte del 31.11.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 51.

35 Rapporto dell’ 8.12.1944 del Maggiore Comandante il Gruppo CC. RR. di Viterbo.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 359.

36 Verbale di costituzione della Lega del 4.12.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 59.

37 Fonogramma del Sindaco di Latera al Prefetto di Viterbo del 15.12.1944.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 44.

38 Lettera del Prefetto del 27.12.1944 indirizzata alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 46.

39 Ibidem.

40 Decisione del 16.12.1944 della Commissione per la concessione di terre incolte ad Associazioni di contadini.  ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 141.

41 Decreto Prefettizio del 20.12.1944. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 140.

42 Richiesta del Direttore del Servizio di Collocamento dell’Ufficio Provinciale del Lavoro di Viterbo all’Ufficio Regionale del Lavoro. S.d. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 145.

43 Lettera del 18.12.1944 del commissario Francesco Sartori di Viterbo.  ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, cc. 247-248.

44 Lettera del 22.03.1945 del Capo dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura di Viterbo al ministro

dell’Agricoltura e Foreste. ASVT -Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, b. 24, cc. 23-23.

45 Ibidem, cc. 24-25.

46 Lettera del 28.04.1945 del ministro dell’Agricoltura e Foreste al Capo dell’Ispettorato Agrario Provinciale di Viterbo avente oggetto: Applicazione D.L.L. 19 ottobre 1944 n. 279. ASVT - Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, b. 24, c. 19.

47 Ibidem.

48 Si tratta del D.L.L. 12 ottobre 1945, n. 773. “Norme per l’applicazione del decreto legislativo luogotenenziale 19 ottobre 1944, n. 279, relativo alla concessione ai contadini delle terre incolte”.

49 Prima dell’estate si erano verificate altre occupazioni di terreni; precisamente a Bassanello, a gennaio, dove

circa trecento contadini guidati dal segretario della sezione del PCI avevano invaso e tagliato 170 ettari di boschi comunali allo scopo di ottenere lo svincolo forestale per effettuarvi la semina (Rapporto del 14.01.1945 del Comandante del Gruppo CC. RR. Di Viterbo. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 131) e a Bomarzo, a maggio, dove gli iscritti della cooperativa agricola “Meonia” avevano simbolicamente occupato e poi spontaneamente abbandonato un terreno a dimostrare l’intenzione decisa di osservare, sia sostanzialmente che formalmente le disposizioni di legge (Verbale della cooperativa Meonia

del 28.05.1945. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 102).

50 Rapporto del 17.08.1945 del Comandante della sezione CC. RR. di Acquapendente.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 30.

51 Rapporto del 15.10.1945 del Comandante della Compagnia CC. RR. di Montefiascone.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 29, c. 35.

52 Relazione del 5.09.1945 del prefetto di Viterbo.  ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 342.

53 Rapporto del 12.09.1945 del Comandante della Tenenza CC. RR. di Tuscania.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 341.

54 Rapporto del 12.09.1945 del Comandante della Tenenza CC. RR. di Tuscania.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 70.

55 Relazione del 3.09.1945 del Sindaco di Canino indirizzata al prefetto di Viterbo.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 180.

56 Vedi supra, nota 12.

57 Verbale cooperative Caninese, trasmesso al prefetto dalla sezione PCI di Canino in data 2.01.1945.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, cc. 201-202.

58 Decreto prefettizio del 14.08.1945. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 1.

59 Rapporto del 18.09.1945 del Comandante della Tenenza CC. RR. di Tuscania.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 30, c. 68.

60 Rapporto del 2.10.1945 del Comandante della Tenenza CC. RR. di Ronciglione.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 28, c. 123.

 

61 Lettera del segretario della sezione DC, Costantino Rossi, del 22.02.1945.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 8.

62 Relazione del prefetto al ministro dell’Interno dell’ 11.10.1945. ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, cc. 47-48.

63 Lettera del Comitato Reduci della Prigionia di Carbognano del 12.10.1945.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 27, c. 16.

64 Relazione del presidente della Commissione assegnazione terre incolte del 21.09.1945.

ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 26, cc. 32-34.



TAVOLA I

Attività della Commissione Provinciale di Viterbo

per la concessione delle terre incolte alla data del 21 settembre 1945(*).

Presentatore dell’istanza

Comune

Ettari concessi

Note

Coop. La Caninese

Canino

200

 

Coop. La Castrense

Ischia di Castro

140

 

Coop. Ricostruzione Naz.le

Arlena di Castro

25

 

Coop. Martana

Marta

==

Istanza respinta

Coop. Agricola

Viterbo

250

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

Coop. Agricola

Tessennano

60

 

Coop. Stella Rossa

Tarquinia

90

 

Coop. Proletaria

Coop. La Solida

Tarquinia

45

 

Coop. Matteotti

Tarquinia

80

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

Coop. Don Minzoni

Tarquinia

30

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

 

Coop. Agricola

 

Bassanello

18

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

19

Per decreto

Coop. S. Egidio

Cellere

73

 

Coop. Meonia

Bomarzo

100

 

Coop. Libertas

Bagnoregio

18

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

 

Coop. La Terra

 

Bagnoregio

10

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

12

Per decreto

 

Coop. Unione

 

Civita Castellana

10

Bonariamente concessi per interessamento della Comm.ne

52

Per decreto

Coop. Mesiti

Nepi

211

 

Coop. Falisca

Montefiascone

20

 

Coop. agricola

Valentano

===

Istanza respinta

TOTALE ETTARI CONCESSI

1463

 

* Fonte: Commissione Provinciale Assegnazione Terre Incolte.  ASVT – Gabinetto Prefettura, b. 26, c. 32.



TAVOLA II

Invasioni di terre e agitazioni terriere

in provincia di Viterbo tra il 1944 e il 1945

 

 Tavola 2

 

 

LEGENDA

 

Invasioni di terreni

  1. Onano
    1. Grotte di Castro
    2. Latera
    3. Valentano
    4. Capodimonte
    5. Farnese
    6. Ischia di Castro
    7. Cellere
    8. Canino 10.Bomarzo 11.Vasanello

 

12.Gallese

13.Civita Castellana 14.Bassano

 

Agitazioni agrarie

 

15.Caprarola 16.Calcata 17.Nepi

18.Monte Romano