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LA LEGGE "STURZO" E LO SCIOPERO IN MAREMMA

di Angelo Allegrini

 

Il piano d’azione della Confederterra

Il 1947, oltre ad essere l’anno della “tregua mezzadrile”, segnò anche la ripresa della lotta per l’occupazione delle terre incolte.

Rispetto agli anni precedenti e alle prime invasioni di terra nell’Italia liberata le motivazioni erano però cambiate e diversi erano pure i soggetti coinvolti ed i protagonisti di queste nuove battaglie.

La situazione dei contadini era andata infatti gradatamente migliorando e lo spontaneismo che si registrava alla fine della guerra fu sostituito dalla pianificazione della lotta ad opera dei dirigenti e funzionari dei partiti della sinistra.

Il 10 settembre 1947, sempre in coincidenza con il periodo della semina, il neo-costituito “Comitato Provinciale di Agitazione di Viterbo per il problema della terra”, formato da Camera del lavoro, Confederterra, Lega delle cooperative, Associazione Combattenti, Associazione Reduci, A.N.P.I., U.D.I., P.C.I., P.R.I. e P.S.I., trasmise al Governo una nuova piattaforma di rivendicazioni, molto più ampia che in passato.

Oltre alle note richieste di concessione di terreni alle cooperative agricole e di trasformazione di quelle già ottenute in concessioni ventennali, il Comitato di Agitazione chiedeva anche mutui a basso tasso di interesse, generi di consumo, mezzi di produzione a prezzi bloccati e anticipazioni di grano da semina da parte del Consorzio Agrario.

Alla richiesta di adeguamento degli assegni familiari dei lavoratori della terra a quelli dei lavoratori dell’industria, il Comitato affiancava pure la richiesta di disposizioni transitorie da promulgarsi dal prefetto per anticipare l’applicazione dei “decreti di prossima emanazione sull’imponibile di mano d’opera (…) per ovviare alla disoccupazione stagionale”1.

Si trattava di un salto di qualità nella capacità organizzativa e argomentativa del sindacato, che non individuava più nell’atavica miseria delle campagne il motivo principale delle proprie rivendicazioni, bensì si preoccupava che lo “stato di incultura” di numerose zone della provincia potesse danneggiare la produzione nazionale e i “lavoratori della città che vedono così diminuiti i loro rifornimenti alimentari”2.

Non dimenticando neppure i “piccoli proprietari”, per i quali veniva richiesta una riduzione delle imposte, la suddivisione dell’esazione in un maggior numero di rate e l’aumento del minimo imponibile, il Comitato di Agitazione concludeva poi l’elenco delle proprie richieste, declinando, in mancanza di provvedimenti, “ogni responsabilità sulla situazione che potrebbe determinarsi nelle campagne viterbesi”3.

La piattaforma di rivendicazioni era di fatto un espediente perché solo tre giorni dopo il “Comitato Regionale di agitazione per la concessione di terre ai braccianti”, di fronte al “sabotaggio compiuto ai danni delle cooperative e la cocciuta resistenza che pongono gli agrari, (…) forte dell’appoggio dei Gruppi Parlamentari dei partiti di sinistra e delle masse operaie del Lazio intero”4 decise l’inizio dell’occupazione effettiva e simultanea delle terre incolte e mal coltivate per la successiva domenica 21 settembre 1947.

L’ordine di operazione venne diffuso dalla Confederterra con nota riservata, riportante precise disposizioni:

 

Caro compagno –

la presente circolare è indirizzata a te personalmente perché il suo contenuto deve essere portato a conoscenza dei soci della tua cooperativa solo in tempo utile (…) perché non giungano, a  chi non  devono giungere,  informazioni su  questa nostra  agitazione. (…) L’invasione deve avere un carattere di festa, ad essa devono partecipare donne, bambini, parenti e congiunti dei soci. Possibilmente in testa (…) deve sventolare il tricolore e solo il tricolore. Invitate un sacerdote a benedire la colonna e la bandiera (…). Non crediamo che i carabinieri intervengano ma se intervenissero (…) cercate di fraternizzare con essi offrendo loro da bere (…). Guadagnate tempo, finché l’operazione di delimitazione (paletti) non sia ultimata non rientrate in paese (…). ULTIME DISPOSIZIONI: sabato sera 20 c.m., alle ore 19.45 da radio Roma, rete rossa, Salvatore Caporossi (…) darà ulteriori disposizioni. Chiaro che non potrà pronunciare l’ordine di “invasione” ma dal tono del suo discorso sarà facile capire che tutte le trattative con il Governo sono fallite e che di conseguenza bisogna agire (…). P. il Comitato Regionale di agitazione Cesare Bendotti5.

 

Nelle intenzioni degli organizzatori la prevista invasione avrebbe dovuto assumere “proporzioni e sviluppi di eccezionale portata” e in non meno di trenta comuni i braccianti agricoli avrebbero dovuto occupare un complesso di quarantamila ettari per iniziare subito le lavorazioni e mantenerne il possesso6.

Malgrado la precisa raccomandazione la notizia trapelò comunque e la circolare con il piano d’azione venne data alla stampa che la pubblicò integralmente; secondo il prefetto di Viterbo il fatto che tutti i particolari delle predisposte invasioni fossero a conoscenza delle autorità costituite “servì a disorientare e demoralizzare gli organizzatori” e il vasto ed organico piano si ridusse a proporzioni minime, mentre le occupazioni si limitarono a pochi casi7.

Poiché i sindacalisti della Confederterra giustificavano l’agitazione con lo stato di indigenza dei braccianti, il prefetto impose allora - come condizione per la trattativa - il controllo, in contraddittorio con i proprietari, degli elenchi dei soci delle cooperative, per verificare quanti rivestissero realmente la qualifica di bracciante e l’effettivo bisogno di terra:

 

Questa condizione – annotava il prefetto nella sua relazione – che i rappresentanti della Confederterra, ormai compromessi dalla loro stessa propaganda, imperniata sul motivo del bracciante privo di pane e di lavoro, non potettero non accettare, valse a far precipitare le richieste (…). L’esame degli elenchi (…) ha dato, in certi casi, risultati addirittura clamorosi: elenchi di seicento (…) ridotti a ottanta, di duecentocinquanta a quindici, e così via (…) nomi di proprietari di terre o di bestiame, di commercianti, di operai dell’industria, di artigiani, e perfino di impiegati, di medici e di ingegneri che non si peritavano di assumere la veste di “bracciante povero” per richiedere la terra (…)8.

 

Questo risultato – sempre a detta del prefetto – permise  di  “poter parlare ai proprietari un linguaggio senza mezzi termini”, intonato alle necessità del momento, della “pacificazione e della ricostruzione nazionale”, che consentì una serie di riunioni conciliative.

Grazie a queste riunioni, “concluse con piena soddisfazione delle due parti”, vennero concessi in via amichevole alle cooperative agricole della Confederterra, rispettivamente, trecentosessantatre ettari di terra a Tarquinia, sessantotto a Montefiascone, venti a Roccalvecce, settantacinque a Ischia di Castro e otto a Latera, per un totale di cinquecentotrentaquattro ettari.

Con esse il prefetto si era illuso di aver esaminato e risolto una volta per tutte la questione terriera in provincia di Viterbo; non era così, ma, di lì a poco, l’emanazione del D. Lg.vo 24 febbraio 1948, n° 114, recante provvidenze a favore della piccola proprietà contadina, avrebbe contribuito a sciogliere parecchi altri nodi.

 

La “legge Sturzo”

Come si è detto nel primo capitolo, i sindacalisti cattolici e i dirigenti democristiani riposero molte speranze in questo decreto, da subito ridenominato “legge Sturzo”, che riduceva l’imposta di registro per la compravendita di fondi rustici destinati a formare piccole proprietà contadine, obbligava gli enti locali a vendere o a cedere in enfiteusi perpetua i propri terreni e, soprattutto, consentiva l’accensione di mutui a tasso ridotto grazie ad un cospicuo finanziamento di cinque miliardi di lire, stanziati all’uopo, contenuto nello stesso legiferato.

Il Governo puntava molto sui risultati che si sarebbero potuti ottenere con tale provvedimento e si impegnò a dare massima diffusione alla conoscenza delle sue disposizioni e dei benefici che i ceti rurali potevano trarre dalla loro esecuzione; il 21 maggio 1948 il ministro Segni trasmise un esemplare a stampa del decreto a tutti i capi degli Ispettorati provinciali e compartimentali dell’agricoltura affinché si adoperassero per illustrare le varie forme di facilitazioni e di incoraggiamenti previste nel menzionato provvedimento legislativo:

E’ necessario che sia predisposto sollecitamente quanto occorre perché la pratica e sostanziale applicazione delle provvidenze a favore della piccola proprietà contadina abbia inizio al più presto9.

 

Sul fronte dell’opposizione il decreto non fu invece ben accolto perché sottraeva argomenti all’armamentario della sinistra e, soprattutto, assottigliava il numero di possibili adesioni alla proposta socialista; secondo Gino Cesaroni, che pure apprezzò i precedenti provvedimenti di Segni10:

 

con esso si sostituiva all’esproprio la libera vendita di terreni, si consentiva ai grandi proprietari di vendere ai contadini le terre peggiori, si rinvigoriva la rendita fondiaria, (…) si illudevano i contadini di poter soddisfare la loro secolare aspirazione alla proprietà della terra (…)11.

 

In ogni caso, grazie alla più volte ricordata attività delle Acli-terra, la legge per la formazione della piccola proprietà contadina venne utilizzata molte volte in provincia di Viterbo e, già l’anno successivo all’emanazione del decreto, 408 ettari di terra erano stati comprati dai braccianti di Ischia di Castro, 104 a Piansano ed erano in corso trattative per l’acquisto di 300 ettari a Villa San Giovanni, 330 a Montefiascone, 1.000 a Tuscania, 60 a Bomarzo, 400 a San Martino al Cimino, 150 a Proceno ed altri ancora a Capranica, Latera, Acquapendente, Valentano e Cellere12.

 

Lo sciopero in Maremma

Di fronte a questa sorta di controffensiva dello schieramento governativo tra le masse contadine il partito comunista rispose con l’accentuazione della propaganda e dell’attività di agitazione nelle campagne per il miglioramento della qualità di lavoro.

Gli aderenti alla Confederterra chiesero così la stipulazione di un nuovo contratto normativo che prevedesse l’equiparazione della contingenza a quella degli operai dell’industria, l’adozione della giornata di otto ore, il pagamento delle ore straordinarie, delle ferie e della tredicesima mensilità, nonché l’aumento delle paghe delle donne e dei lavoranti giovani13; ottennero però soltanto un irrigidimento degli agrari che, per bocca del loro rappresentante, il dottor De Rossi, direttore dell’Associazione provinciale degli agricoltori, risposero che le tariffe correnti – inferiori a quelle concordate pochi giorni prima nelle altre province del Lazio – erano “più che sufficienti per i braccianti viterbesi”14.

Temendo disordini, il prefetto di Viterbo tentò allora di nominare una commissione arbitrale per dirimere la vertenza ma, poiché la stessa commissione avrebbe dovuto comporsi di un solo rappresentante della Confederterra, a fianco di uno della prefettura, uno dei coltivatori diretti, uno della Confida ed uno di “una sedicente organizzazione C.S.I.L.15”, la proposta venne giudicata inaccettabile e respinta come autentica provocazione.

A seguito di queste incomprensioni la situazione si mantenne tesa a lungo, fino a sfociare, l’anno successivo, nel maggio del 1949, in uno sciopero generale dei braccianti della Maremma viterbese.

Nonostante gli sforzi della Camera del lavoro, che assicurava agli scioperanti un sussidio giornaliero di duecento lire, e l’intensa attività di propaganda svolta in questa vicenda dal segretario federale del P.C.I. Marroni e dal deputato comunista on. Emanuelli, lo sciopero non riuscì però a coinvolgere i lavoratori di tutta la zona: mentre a Tarquinia, a Canino e a Musignano l’astensione dal lavoro fu totale, a Montalto di Castro l’adesione fu parziale e non molto convinta e a Pescia Romana e a Tuscania i braccianti agricoli continuarono regolarmente a lavorare16.

In tale situazione l’on. Emanuelli, dirigendo personalmente l’attività di agitazione e “percorrendo instancabilmente la zona da un punto all’altro”, tentò di coinvolgere i pastori della tenuta  del  principe  Torlonia;  tra essi regnava un vivo malcontento per le scarse retribuzioni, “consistenti per gli ammogliati e celibi in 8000 lire mensili, ½ kg. di pane, 33 grammi di olio e un po’ di ricotta al giorno”17, tanto che lo stesso funzionario di P.S., Ernesto Dante, preposto al controllo dell’agitazione, si sentì in dovere di perorare una favorevole iniziativa delle “Autorità, per risolvere la loro penosa situazione economica (…) e togliere ai comunisti un motivo di speculazione politica”18.

Nel frattempo, mentre a Canino e a Montalto di Castro – dove l’opera dei sindacalisti era validamente sostenuta dal parroco locale, che esortava i lavoratori a rimanere uniti e compatti e suscitava aspri commenti tra coloro che erano contrari allo sciopero – anche gli operai edili si astenevano il primo giugno per due ore dal lavoro, in solidarietà con i braccianti, i dirigenti della Camera del lavoro diffusero la notizia che gli indispensabili lavori per la mietitura del grano avrebbero fatto capitolare, in pochi giorni, gli agrari19.

Il 3 giugno, in un pubblico comizio, la comunista Natalina Meacci si rivolse alle donne, dicendo fra l’altro che lo sciopero doveva continuare ad oltranza, per piegare gli agrari che volevano tenerle “schiave e derise”, mentre Luigi Firrao aveva incitato i braccianti:

 

Noi mietiamo solo il nostro grano, mentre quello degli agrari deve restare lì ed ora che è maturo devono per forza piegarsi alle nostre richieste. Questo è il momento buono, perciò rimanete compatti che ora arriva il periodo propizio per noi20.

 

La realtà era diversa perché molti agricoltori di quegli stessi comuni erano giunti nella determinazione di ingaggiare mano d’opera proveniente da altri paesi e si erano rivolti, per questo, a diversi uffici di collocamento.

Il 5 giugno la situazione precipitò quando dieci persone, che avevano formato un blocco stradale per impedire il transito verso le campagne di braccianti di altri paesi che non aderivano allo sciopero, vennero fermate alle quattro di mattina dai militi dell’Arma e successivamente tradotti, per “misura prudenziale”, alle carceri di Civitavecchia.

Poche ore dopo oltre quattrocento dimostranti, “fra cui molte donne”, si assembrarono intorno alla caserma urlando insulti all’indirizzo dei carabinieri e intimando il rilascio dei fermati.

Dopo circa mezz’ora di gazzarra si presentarono insieme l’on. Emanuelli e il sindaco Paoloni chiedendo di parlare con il maresciallo Di Rienzo che non era ancora rientrato dalla traduzione di Civitavecchia.

Nell’impossibilità di essere ricevuti, i due invitarono i cittadini convenuti ad allontanarsi e, anche in relazione all’avviso che stavano giungendo da Viterbo il prefetto, il Questore, il vice Questore, il comandante il Gruppo CC di Viterbo, il comandante la compagnia di Montefiascone, il capitano comandante la Guardia di Finanza e rinforzi di agenti e carabinieri con autoblindo, vennero lentamente obbediti21.

All’arrivo dei rincalzi la situazione si era normalizzata ma la notte successiva altre diciotto persone vennero fermate e nove di queste tradotte nella casa di pena di Civitavecchia, proprio mentre lo sciopero cessava, almeno a Tarquinia, a seguito degli accordi conclusi tra le principali aziende locali e la Federterra22.

Il giorno dopo “L’Unità”, dopo un ampio resoconto dei tumulti e degli arresti, comunicò che “lo sciopero intanto prosegue compatto in tutta la maremma, meno a Tarquinia ove si è concluso con la vittoria dei braccianti in seguito alle trattative condotte con gli agrari locali”23 ma, secondo riservatissime confidenze, l’on. Emanuelli e il federale Marroni avevano invece già considerato, d’accordo con il sindaco di Canino e col segretario della Camera del lavoro, l’impossibilità di continuare un’agitazione “che tanto danno economico causa ai braccianti, ridotti addirittura alla fame”24.

Le stesse fonti confidenziali rivelavano che i due avevano deciso di proclamare per la sera dell’otto giugno la cessazione dello sciopero dei braccianti e di annunciare contemporaneamente la vittoria per il fatto che la Confida si era decisa a scendere a trattative.

Si trattava invero di un ultimo, estremo, tentativo propagandistico per cercare di spacciare per vittoria quello che di fatto si era risolto in un grosso insuccesso politico e sindacale: solo la sera prima il segretario Primo Marchi aveva infatti confessato ai braccianti di Montalto di Castro che lo sciopero era fallito per assoluta mancanza di compattezza.

Nessun accordo, né compromesso era stato stipulato dagli agricoltori e i braccianti erano “ritornati al lavoro alle condizioni primitive”25 .

I patti agrari, la vertenza mezzadrile e l'intransigenza degli agricoltori viterbesi.

di Angelo Allegrini

 

 

Un aspetto importante della questione agraria, che accompagnò nell’immediato dopoguerra la lotta per l’ottenimento di terre per i contadini fu, senz’altro, quello delle battaglie sostenute dalla Confederterra e dalla C.G.I.L. per la revisione dei patti agrari.

Secondo un’indagine condotta nel 1948 dall’Ufficio Provinciale Statistico dell’agricoltura1 nel solo territorio del comune di Viterbo la superficie complessiva coltivata ammontava a 28.500 ettari; di questi, settemila erano coltivati da mezzadri, tremila erano occupati grazie ad affittanze agrarie di vario tipo e diecimila erano interessati da contratti di compartecipazione.

La popolazione agricola viterbese – senza contare le frazioni – era composta di 8.200 unità, delle quali 271 erano salariati fissi, 1.398 coltivatori diretti, 1.595 coloni parziari e 3.076, ossia circa il 36 % del totale, erano coloni mezzadri.

Dal punto di vista giuridico la situazione  si  presentava  variamente articolata e vedeva la compresenza di diversi tipi di contratti che legavano i lavoratori alla terra più o meno convenientemente a seconda dei luoghi dove i patti venivano stipulati.

Attraverso le relazioni trasmesse dagli uffici statistici comunali dell’agricoltura all’UPSEA di Viterbo in occasione della citata indagine è possibile ricostruire il variegato quadro di quei contratti:

 

  • CONTRATTI A TERRATICO: concessioni annuali dove il proprietario non interveniva in nessuna maniera e con nessun mezzo nella coltivazione dei fondi, percependo il pagamento del terraticante in derrate o denaro, (ad es. ad Arlena 3 q.li di grano a rubbio);

 

  • CONTRATTI DI PASCOLO: concessioni a pascolo ove il proprietario si riservava il frutto del soprassuolo  e il pastore pagava in natura (ad es. con i latticini);

 

  • RIEMPIMENTO: contratto locale, tipico delle zone di Bieda(*) e di Capodimonte (dove però si chiamava compartecipazione), stipulato sulla parola per un biennio. Il proprietario preparava la maggese e forniva la metà del grano da seme, mentre il contadino provvedeva alla sterpatura, semina, mietitura e al trasporto dei covoni sull’aia, dividendo il prodotto a metà;

 

  • COMPARTECIPAZIONE AL TERZO o TERZERIA2: il rapporto aveva in questo contratto la durata di un ciclo produttivo del raccolto; la semina veniva effettuata  dal  proprietario e  il colono provvedeva a tutte le cure colturali. Concimi e spese, divisione del prodotto (senza ritiro di seme) erano ripartiti in ragione di due terzi al proprietario  e  un  terzo  al  colono. La direzione tecnica del lavoro spettava al proprietario.

 

  • COMPARTECIPAZIONE AL QUARTO o QUARTERIA: analoga alla precedente ma, poiché, praticata in zone più fertili, con ripartizione ¾ e ¼;

 

  • MEZZADRIA IMPROPRIA o TERZO A MIGLIORAMENTO: contratto variabile da due a cinque anni, tacitamente rinnovabile, applicato nei terreni incolti. Il colono compieva il cosiddetto “ritrovamento” del terreno precedentemente incolto, eseguendo tutte le lavorazioni e corrispondendo il terzo dei prodotti;
     
  • COMPARTECIPAZIONE AL QUINTO: il colono sopportava tutte le spese della coltivazione, trattenendo i 4/5 del prodotto;

 

  • ENFITEUSI, temporanea (29 anni) o perpetua: l’enfiteuta corrispondeva al concedente un canone variabile a seconda del contratto stipulato;

 

  • MEZZADRIA: contratto a struttura associativa dove il concedente consegnava il fondo ad uno o più coloni perché lo coltivassero sotto la sua direzione al fine di dividerne i prodotti e gli utili in misura stabilita dalle leggi, dalle convenzioni o dagli usi. Contraente era il mezzadro, in proprio e quale capo della famiglia colonica, che rappresentava in toto nei confronti del concedente3;

 

  • COLONÍA PARZIARIA: a differenza della mezzadria, in cui la famiglia era soggetto del contratto, la famiglia del colono non aveva alcuna rilevanza giuridica in questo rapporto sempre a struttura associativa. I soggetti del rapporto di colonìa erano solamente coloro che partecipavano ai rischi della gestione4.

 

Questi due ultimi tipi di contratto avevano trovato la loro ultima regolamentazione negli anni ‘305 quando la Federazione fascista degli Agricoltori della provincia di Viterbo si era accordata con l’Unione dei Sindacati Fascisti dell’Agricoltura sottoscrivendo, rispettivamente, il 25 e 26 agosto 1934, un “Capitolato generale per la conduzione a mezzadria dei fondi rustici” e un “Capitolato generale per la colonìa parziaria dei fondi rustici siti nella provincia di Viterbo”.

Entrambi i capitolati ribadivano il principio della divisione in parti uguali (o “a giusta metà”) ma, già nei mesi precedenti la liberazione del Nord, le organizzazioni sindacali e contadine iniziarono ad esigere una diversa ripartizione del raccolto a titolo di risarcimento ai coloni dei danni subiti per la guerra e per consentire il ripristino della coltivabilità.

Con il D.L.L. 311 del 19 ottobre 1944 il ministro Gullo aveva disciplinato i contratti di mezzadria impropria, colonìa parziaria e compartecipazione, introducendo il principio del diritto alla revisione della ripartizione del raccolto nel momento in cui la divisione del prodotto dei campi non garantiva più l’equità del patto e anche i mezzadri, esclusi dal beneficio della legge, avanzarono le loro rivendicazioni.

Di fronte alle richieste di prelievo straordinario di un 10 % della quota padronale e a seguito delle diffuse agitazioni in tutto il centro Italia dove la mezzadria costituiva il nerbo della struttura economica e il fondamento dell’agricoltura del territorio, i proprietari terrieri risposero con la massima intransigenza.

A Viterbo uno degli strumenti utilizzati dalla classe padronale per difendere i propri interessi e diffondere e sostenere le proprie tesi fu il giornale settimanale “Il Bulicame”, uscito subito dopo la liberazione della città e diretto da Corrado Buzzi.

In un articolo del 22 settembre 1945 a firma di Andrea Tamantini e intitolato La mezzadria, dubitando sulla reale necessità della revisione del sistema, “il Bulicame” negava che le devastazioni portate dalla guerra andassero a tutto discapito del mezzadro:

 

Ciò è falso, non solo, ma è vero il contrario, perché colui che più danni ha subito è il proprietario (…). E, in confronto all’anteguerra, chi si trova in condizioni precarie è il proprietario e non il mezzadro il quale anzi si trova di fronte ad un per lo meno apparente miglioramento delle sue condizioni data la maggiore disponibilità di denaro (…). Nei terreni poi a cultura [sic] intensiva e ricchi di uliveti ed altre piante fruttifere, è il proprietario in discapito dividendo “a perfetta metà”, che il contadino non deve avere altro

fastidio che quello di cogliere essi lucrosi prodotti, laddove il proprietario dovette a suo tempo sostenere spese di impianto e cura fino a che gli alberi non fruttarono. Secondo noi e per le nostre zone non troppo devastate dagli eventi bellici, il patto di mezzadria è equo per entrambi i contraenti, e la revisione di esso patto a favore dei mezzadri altro non ci sembra che una mossa politica per accostarsi un maggior numero di elettori6.

 

In ogni caso, dall’altra parte, la Federterra spinse i mezzadri a trattenersi la misura del 60 % del prodotto fin dal raccolto del 1945 e una circolare del 2 luglio della Camera del lavoro di Viterbo comunicò che

in attesa di accordi che saranno raggiunti in sede nazionale, il 10 % richiesto in più dai coloni deve essere accantonato e consegnato dagli stessi ai granai del popolo, restando inteso che il quantitativo in contestazione sarà depositato a nome del colono e del proprietario7.

Così, quando venne il momento del raccolto, di fronte all’attuazione del proposito, l’Associazione degli Agricoltori considerò la rivendicazione dei mezzadri arbitraria ed illegale e consigliò ai propri associati la denuncia all’Autorità Giudiziaria “in via penale per appropriazione indebita ed in via civile per il risarcimento dei danni”, richiamando i carabinieri a “diffidare i mezzadri per la tutela dell’ordine pubblico”8.

Sempre sul “Bulicame” poi gli agricoltori viterbesi si scagliarono contro il Governo quando cominciò a trasparire la possibilità di un provvedimento legislativo in favore dei mezzadri:

Il progetto di legge presentato dal Ministero della Giustizia e la relazione (…) in merito agli atti arbitrari che si sono compiuti e si compiono durante l’agitazione mezzadrie, costituiscono una potente lesione ai principi fondamentali del diritto e dell’ordinamento giuridico vigente. L’invadenza del Governo (…) è tanto più grave e intollerabile in quanto risente la diretta influenza di una determinata corrente politica (…) E’ assurdo il parallelo fatto tra il diritto di sciopero – che nessuno contesta – e l’arbitrio commesso dal mezzadro trattenendo una parte del prodotto spettante al concedente (…). L’assurdità e l’ingiustizia congenite, irrimediabilmente nel progetto in questione che viola ad un tempo la legge, i contratti, la competenza e l’indipendenza della Magistratura, non hanno bisogno di altre dimostrazioni. La CONFIDA dichiara che si opporrà con ogni mezzo legale a che un simile arbitrario provvedimento possa essere tradotto in legge9.

 

Di fronte al braccio di ferro che contrapponeva agrari e mezzadri in tutta l’Italia centrale, il presidente del consiglio De Gasperi chiese un mandato in bianco per appianare la contesa. La C.G.I.L. lo rilasciò mentre la Confida si mantenne coerente con le posizioni già espresse di indisponibilità ad ogni modifica dei riparti nei contratti di mezzadria e rifiutò di conferire l’incarico richiesto.

Ottenuto il solo consenso di una parte, il 28 giugno 1946, De Gasperi emise comunque il proprio lodo, riconoscendo a titolo di risarcimento ai mezzadri per i danni della guerra il 14 per cento del prodotto lordo, detratto dalla parte padronale, dell’annata ’44-45 e il 10 per cento dell’annata successiva; specificando inoltre che la disposizione non costituiva un precedente per la modifica delle quote negli anni successivi, stabilì che il 10 per cento della produzione 1945-46 fosse destinata ad interventi di miglioria.

Accolto dalla Confederterra come una grande vittoria dei lavoratori, il “lodo De Gasperi” venne disconosciuto dalla Confida che continuò a definirlo “giudizio”, non riconoscendo validità ad un arbitrato pronunciato senza che venisse rilasciato a proposito uno specifico mandato.

Il livello di conflittualità si mantenne alto e i proprietari si rifiutarono di applicare le disposizioni del lodo fino alla sua conversione nella legge n° 495 che il terzo governo De Gasperi approvò il 27 maggio 1947.

A Viterbo, oltre al ricordato settimanale “Il Bulicame”, le ragioni dei proprietari vennero fatte proprie dal Fronte dell’Uomo Qualunque che però non riuscì a mobilitare forze né a raccogliere adesioni in misura consistente: allo scopo di organizzare un’organica opposizione al lodo De Gasperi venne convocata un’assemblea di agrari al cinema “Corso” di Viterbo per il giorno 20 agosto 1946, per il Fronte parlò il generale Perugi che definì il “giudizio” inapplicabile e consigliò agli interessati di risolvere le vertenze con contratti diretti fra le due parti, senza alcuna estranea interferenza, ma ad ascoltarlo c’erano solo “ventidue persone, tra proprietari terrieri, mezzadri, coloni e contadini”10.

Non per questo la questione era comunque appianata; in molti paesi gli agrari disertarono anche le riunioni indette dalla Lega dei contadini per risolvere bonariamente la vertenza e in alcuni casi si formarono squadre di mezzadri per “recarsi nelle aie dove si procede alla trebbiatura del grano, per indurne gli agricoltori a dividere tali prodotti in ragione del 60% ai lavoratori e 40% ai proprietari”11.

Solo il 24 giugno 1947, alla presenza del ministro Segni, i rappresentanti della Confida, dei Coltivatori Diretti e della Confederterra riuscirono a raggiungere un accordo

Nel proposito di instaurare un regime di cordiale collaborazione tra le parti contraenti che giovi agli interessi della produzione, nonché dell’intero popolo italiano ed in specie delle classi consumatrici più disagiate.

Rinviando la discussione in merito ad un nuovo patto di mezzadria ed impegnandosi a definire la vicenda entro il 31 maggio 1948, le parti dichiaravano che l’accordo non avrebbe costituito un precedente per la stipula di contratti futuri, tuttavia “a titolo di traduzione anticipata di quei miglioramenti economici che avrebbero potuto derivare da una ponderata revisione dei patti”, stabilirono di riconoscere al mezzadro una quota del 3 per cento della produzione lorda da prelevarsi dalla parte padronale e di destinare un ulteriore 4 per cento ad opere di miglioria da eseguirsi da operai agricoli nel periodo invernale di massima disoccupazione.

Con questa “tregua” Confida e Confederazione Nazionale Coltivatori Diretti si impegnarono all’integrale rispetto degli accordi, mentre la Confederterra si impegnò a far cessare ogni agitazione mezzadrile per tutta l’annata in corso ed a sconfessare pubblicamente tutte le altre agitazioni che sarebbero eventualmente potute sorgere nelle zone di applicazione dell’accordo.

Una lettera del 30 ottobre 1948 del capo dell’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura confermò al ministro Segni l’avvenuto rispetto degli accordi:

allo stato dei fatti – scriveva il dott. Alberto Pulselli – la mancata denunzia di insolvenza fa ritenere che la tregua sia stata applicata per l’anno 1946-47. Per il 1947-48, l’accordo di tregua non desta preoccupazioni in quanto, essendo obbligo di legge, non risulta che vi siano proprietari insolventi, né richiami agli agricoltori da parte degli organi sindacali per mancata applicazione”12.

 

In realtà non era del tutto vero quanto scriveva Pulselli perché una nuova, violenta, polemica si sviluppò fra proprietari e mezzadri a seguito della rottura della trattativa nazionale per il nuovo patto colonico e per la conseguente volontà dei coloni di trattenersi, oltre al 53% del raccolto stabilito dalla legge, un altro 4% del prodotto padronale a titolo di compenso per le spese di trebbiatura e per il pagamento dei contributi unificati.

Poco prima della scadenza della data ultima stabilita dalla tregua dell’anno precedente, il 16 maggio 1948, la Federterra chiamò a raccolta i suoi aderenti in un convegno che si svolse al teatro Boni di Acquapendente e in quella circostanza l’ispettore confederale Primo Marchi arringò l’uditorio:

non divideremo al 53%, ma nelle zone di pianura al 60%, in collina al 65% ed in montagna al 70%. E se per il 31 maggio prossimo non avremo raggiunto un accordo con i proprietari, non vi invito a prendere le armi, ma a scendere in piazza, come abbiamo fatto nel gennaio u.s. ed otterremo il nostro scopo13.

Un articolo sulla cronaca di Viterbo del “Messaggero” del 18 maggio riportò per intero l’ordine del giorno approvato dal convegno in cui tra le altre cose si diceva:

Il convegno provinciale delle commissioni di fattoria dei coloni e mezzadri della provincia di Viterbo (…) esaminata la situazione determinatasi a seguito della rottura delle trattative nazionali per la stipulazione di un nuovo capitolo colonico che sostituisse i vecchi e decaduti capitolati feudali e fascisti (…) protesta energicamente: contro la caparbia intransigenza della Confida (…); contro il sabotaggio degli agrari all’applicazione dell’accordo nazionale di tregua mezzadrile; da mandato alla segreteria provinciale (…) di mantenersi in agitazione per l’applicazione concreta del nuovo capitolo nazionale (…) il quale fra l’altro sancisce a) condirezione dei mezzadri nella gestione dell’azienda; b) nuova ripartizione dei prodotti; c) accantonamento per migliorie; d) abolizione degli obblighi colonici; e) contratto a tempo indeterminato14.

 

I mezzadri di Castiglione in Teverina stabilirono di ripartire i prodotti nella misura del 57% al colono e il 43% al proprietario e, attenendosi alle “disposizioni impartite dalla Federazione nazionale coloni e mezzadri”, il 6 luglio 1948 votarono un ordine del giorno di protesta in tal senso:

il restante 4% in contestazione [verrà] conferito ai Granai del popolo e il ricavato depositato in banca a nome del proprietario del fondo, del Prefetto della provincia, del Segretario della Confederterra e del colono; ove i proprietari non intendessero accettare (…) verranno per 24 ore sospesi tutti i lavori dell’azienda ad eccezione della cura del bestiame, dopo di che, se (…) il proprietario insistesse (…) si riprenderà il lavoro sotto la responsabilità dei singoli coloni assistiti dalla loro organizzazione sindacale affinché l’intransigenza padrona non si risolva in un danno per la produzione15.

Il 10 luglio Fernando Campana, capo della locale Lega dei contadini, affisse in Vignanello un manifesto in cui si invitavano gli organizzati a non versare ai proprietari la corrisposta finché le loro richieste non fossero state accolte.

La replica della controparte fu la proclamazione della serrata dei proprietari terrieri e il 12 luglio si tenne nella sede del P.C.I. di Castiglione un grande comizio a mezzo altoparlante con trentaquattro convenuti da Viterbo e da Terni, alla presenza di circa 300 persone del posto.

Gli oratori che si alternarono ad incitare i mezzadri a non trebbiare il grano dei padroni e a sostenerli nella lotta per la divisione al 57% furono il senatore comunista Gino Meacci, il segretario federale del partito Marcello Marroni, il segretario federale della Confederterra Cesare Bendotti e il segretario provinciale della Federterra Vittorio Falesiedi16.

Tutti e quattro furono immediatamente denunciati ai sensi dell’art. 415

C.P. per istigazione alla disobbedienza alle leggi d’ordine pubblico e la mattina del giorno dopo, alle ore 6.00, Bendotti e Falesiedi vennero arrestati da funzionari della Questura di Viterbo in servizio a Castiglione; non fu possibile invece l’arresto di Marroni che si rese irreperibile17, mentre per il sen. Meacci fu ordinato lo stralcio degli atti per la necessaria autorizzazione a procedere che venne chiesta il 14 settembre 1948 dal dottor Umberto Schiavotti, Procuratore della Repubblica di Viterbo18.

Naturalmente l’arresto dei due dirigenti sindacali non contribuì a sedare gli animi e la contesa sulla ripartizione del raccolto si ripresentò puntualmente l’estate successiva, in coincidenza con il periodo della trebbiatura, quando proprietari e mezzadri si dividono il prodotto.

L’obiettivo della protesta, secondo una lettera della segreteria nazionale della Federmezzadri inviata al ministro degli Interni, al ministro dell’Agricoltura, al ministro di Grazia e Giustizia e pubblicata sulla cronaca di Viterbo de “L’Unità” del 6 agosto 1949, furono questa volta il prefetto Gaetano Mastrobuono, che “ha perfino diffidato personalmente (…) dallo svolgere propaganda in favore dei mezzadri” e la forza pubblica, che “impone, soprattutto nella mezzadria impropria la ripartizione al 50%”19.

La lettera si chiudeva chiedendo al Governo un intervento immediato

nei confronti dei responsabili degli arbitrii (…) che, oltre a violare lo spirito e la sostanza delle leggi, ledono anche lo spirito della stessa costituzione repubblicana limitando le libertà di azione sindacale ai lavoratori in lotta per il rispetto dei propri diritti20.

L’attacco era pesante e il ministro dell’Interno chiese spiegazioni a prefetto e carabinieri da fornirsi entro 24 ore.

Così rispose il prefetto:

Le doglianze mosse dalla Confederterra Nazionale sul mio intervento personale e sull’azione svolta dagli organi di polizia non hanno alcun serio fondamento e non trovano alcuna rispondenza nei fatti (…). L’azione (…) mira piuttosto a determinare, per evidenti fini politici, difficoltà e disordini (…). E’ assolutamente falso che io abbia impedito la libertà sindacale ai rappresentanti provinciali della Confederterra, diffidandoli a non recarsi sulle aie (…) come è falso che l’Arma dei Carabinieri abbia fatto allontanare dai fondi detti rappresentanti (…). Per quanto sopra, mentre respingo energicamente gli addebiti formulati a carico mio e degli organi di polizia (addebiti determinati solamente dall’amarezza della Confederterra di non aver potuto conseguire (…) lo scopo di disordini e malcontenti), affermo con sicura coscienza di aver svolto ogni mia possibile azione, nalla più rigorosa osservanza della legge e delle libertà sindacali, per risolvere la vertenza nell’interesse degli stessi lavoratori (…)21.

Questa, invece, è la conclusione del maggiore Vito Guariglia, comandante del gruppo Carabinieri di Viterbo:

A dimostrazione della malafede e faziosità di certi organi di partito sta la pubblicazione oltremodo oltraggiosa di un articolo su l’Unità n° 174 del 22 luglio u/s, articolo nel quale una legale operazione di sequestro regolarmente autorizzata dall’Autorità Giudiziaria, veniva travisata al punto da presentarla col titolo “I Carabinieri per conto di un agrario rubano grano dalla casa di un mezzadro. Hanno portato via anche un somaro”. Al riguardo è stata richiesta inutilmente la rettifica, prevista dall’articolo 8 della legge sulla Stampa 8 febbraio 1948, numero 47, al Direttore de “L’Unità” ed è in corso la querela per diffamazione, da parte dei militari interessati22.

Meno di un anno dopo questo attacco, il 6 giugno 1950, la sentenza relativa al procedimento per i fatti di Castiglione in Teverina decapitò i vertici della Confederterra che subì le conseguenze delle agitazioni del biennio 1948- 49:  Vittorio  Falesiedi,  Marcello  Marroni  e  Primo  Marchi  vennero tutti riconosciuti colpevoli del reato di istigazione a delinquere continuata e condannati a mesi nove di detenzione; Cesare Bendotti venne anche accusato del reato di rissa e condannato a mesi 11 e giorni 20 di reclusione23.