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L'Italia in guerra

di Angelo Allegrini

articolo già pubblicato nel catalogo di guida alla mostra "La prima guerra mondiale" 6 nov 2010 - 28 mag 2011

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Alla vigilia delle celebrazioni per la ricorrenza dei centocinquanta anni dalla fondazione dello stato italiano non apparirà forzato e neppure retorico collegare la vicenda della Prima Guerra Mondiale alla conclusione del processo di unificazione del nostro Paese.

Un conflitto così imponente sia nella sua durata che nelle sue proporzioni e, nello stesso tempo, così drammatico nelle conseguenze dirette nella vita di tanti uomini e di tante donne non poteva non rimanere impresso nella memoria collettiva degli italiani in tante, diverse, manifestazioni dello spirito nazionale.

Come dunque l'arte, la letteratura, la poesia, il cinema e, più in generale, la cultura sono rimaste impregnate da questo evento colossale del '900 anche la storia e, meglio ancora, l'interpretazione storica dell'avvenimento ha risentito della tendenza alla mitizzazione, cosicché quel conflitto è stato anche ridenominato - almeno nella semplificazione dell'insegnamento scolastico - come IV guerra d'indipendenza italiana.

Grazie alla resa degli austriaci e alla vittoria del generale Diaz, le terre irredente del Trentino, del Sud-Tirolo fino al Brennero e della Venezia Giulia venivano definitivamente annesse all'Italia; si chiudeva così l'epopea risorgimentale per fare spazio ai nuovi miti imperialistici e del totalitarismo, dimenticandosi però del tutto che, in quella guerra, l'Italia era stata a un passo dall'essere sconfitta.

 

La genesi del conflitto

 

L'estate del 1914, la notizia dell'attentato di Sarajevo e dell'uccisione dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria-Ungheria, gettò il Paese in una condizione di agitazione e preoccupazione: benché il patto della Triplice Alleanza non prevedeva l'obbligo di intervento se non in caso di aggressione, il pericolo che l'Italia scendesse in campo a fianco delle potenze centrali era tutt'altro che improbabile.

Era un'idea che, in verità, non spiaceva proprio a tutti; certi settori della destra nazionalista e conservatrice, la corrente filoaustriaca della Curia e parte del mondo clericale erano infatti propensi a sostenere l 'intervento a favore dell'alleato asburgico ma la maggior parte del mondo politico, dai liberali ai socialisti, dai repubblicani alla maggioranza dei cattolici italiani era decisamente schierata dalla parte del neutralismo.

Più che una convinzione vera si trattava di una posizione attendista, tesa a verificare i vantaggi che ciascuna fazione avrebbe potuto riscuotere dalle diverse possibilità che si andavano delineando:

Giolitti, consapevole dell'impreparazione bellica di un esercito che andava riorganizzato e rifornito di mezzi e strutture adeguate, temeva più che altro l'ipotesi di una sconfitta che avrebbe lacerato il tessuto nazionale e esposto il Paese ai grandi pericoli di un'invasione nemica o, peggio ancora, della rivoluzione.

La tensione sociale alla vigilia dello scoppio della guerra era altissima, determinata da un diffuso malessere sociale e da continue rivendicazioni delle categorie più colpite dalla congiuntura internazionale del 1913.

Le condizioni di miseria, la mancanza quasi assoluta di coperture e garanzie sociali e un tasso di alfabetizzazione estremamente basso facevano sì che il malcontento popolare potesse sfociare in ogni momento in un moto rivoluzionario e, a sinistra, socialisti e repubblicani minacciavano la sollevazione popolare in caso di guerra temendo soprattutto che il sacrificio venisse richiesto solamente alle classi meno agiate.

Se d'un tratto accadde che un giovane Mussolini, direttore dell'Avanti e leader socialista, si convertì all'interventismo più estremo e, insieme alla maggioranza già neutralista, passò dalla barricata degli imperi centrali a quella della Triplice Intesa, probabilmente non fu soltanto per la prospettiva di guadagni offerta dai finanziamenti provenienti da chi - come i siderurgici -avevano tutto l'interesse a che l'Italia entrasse nel conflitto.

Ciò che si fuse insieme fu un coacervo di sentimenti anche contrastanti, che andavano dalle istanze irredentiste per la liberazione di Trento e Trieste all'aspettativa palingenetica della rinascita di una nazione messa a terra dalle improvvide spedizioni coloniali di Crispi e dalla inutile campagna di Libia.

Era la ricerca ricorrente di una "scorciatoia", per accrescere la potenza e la gloria di un' "Italietta" resa debole e sottomessa dal riformismo a velocità ridotta di un odiatissimo Giolitti.

Secondo alcune classi dirigenti solo la guerra a fianco delle democrazie moderne, solo il sacrificio che trasforma l'egoismo in fertile disciplina poteva far risorgere l'eredità dell'impresa garibaldina e della ferrea idealità di Mazzini mutando in vera nazione un'Italia provinciale e trasformista.

Non era questa tuttavia l'idea prevalente e diffusa nel Paese ma l'opinione di una ridotta fascia della popolazione, la borghesia media e acculturata, composta di studenti, professori, professionisti e benestanti.

Tutti gli altri erano contrari alla guerra.

Operai, contadini ma anche commercianti e imprenditori, tutti fondatamente preoccupati per il destino delle loro attività e convinti per se stessi che la guerra fosse una disgrazia pari ad un disastro naturale.

Ben presto però la linea temporeggiatrice si dimostrò priva di efficacia: l'idea stessa di trarre vantaggi  economici dalla posizione di neutralità attraverso gli scambi commerciali con le nazioni belligeranti risultò illusoria.

Fu innanzi tutto il problema della penuria di materie prime a far pendere l'ago della bilancia dalla parte della partecipazione a fianco delle potenze  dell'Intesa.

Basti pensare che solo per quanto riguarda il combustibile importato in Italia ben  1'87 %   della sua totalità proveniva  dalla Gran Bretagna e che l'entrare in guerra al suo fianco, oltre ad apparire una possibilità  di smaltimento  della  nostra  sovrapproduzione siderurgica e metallurgica e di espansione di settori compressi dall'industria tedesca come quello della chimica, era una condizione indispensabile per la continuazione dei commerci.

Ciò che funse tuttavia da acceleratore e da volano per l'entrata in guerra dell'Italia fu l'insostenibile pressione dell'industria pesante e della finanza ad essa legata, rispettivamente interessate agli enormi profitti delle forniture belliche e alle speculazioni sulle stesse.

Lo strumento preferito in quei mesi per esercitare una tale pressione fu il finanziamento ai quotidiani.

Non erano in ogni caso solo ragioni di speculazione o di carattere internazionale a spingere verso quella direzione, c'erano infatti anche ragioni di ordine interno che forzavano la mano del presidente Salandra e del ministro Sonnino: le condizioni di indigenza diffusa per tutto il paese mescolate alla altrettanto diffusa disoccupazione costituivano un mix pericoloso e pronto ad ogni momento ad abbandonare le caratteristiche di tradizionali e ricorrenti rivolte per il pane per sfociare in un più assai temuto moto rivoluzionario; nella visione conservatrice di quel tempo l'unico rimedio atto a scongiurare la minaccia era una risposta di tipo autoritario capace di restaurare l'ordine nazionale, rafforzare il potere della classe di governo e rassicurare i ceti medi borghesi.

V'era poi una totale incapacità di analisi e approfondimento concreto dei fatti che, accompagnato all'illusione diffusa di un supposto valore superiore degli italiani, della riconosciuta inventiva e dell'irruenza garibaldina, produsse la convinzione che la guerra sarebbe stata breve, non ci sarebbe stato bisogno di particolari preparazioni e che, soprattutto, sarebbe stata vinta con estrema facilità.

Il clima che scaturì da tutti questi fattori fu un misto di idealità e violenza che sfociò nelle radiose giornate di maggio del 1915 in cui una ex maggioranza pacifista, intimidita dalle pesanti e infuocate accuse di tradimento contro il "nemico interno", non riuscì a impedire al governo di farsi attribuire i pieni poteri dal Parlamento che il 20 maggio votava e approvava di fatto  la sua stessa esautorazione.

 

Il rischio della sconfitta

 

L'ingresso dell'Italia nel conflitto consentì al governo l'emanazione di una legislazione di guerra che ridusse al lumicino i diritti civili e politici dei cittadini.

La militarizzazione del paese fu pressoché totale e arrivò a coprire anche la sfera dell'organizzazione del lavoro operaio e della libertà d'opinione nel solco del progetto di restaurazione autoritaria coltivato da Salandra.

L'illusione dei vertici dell'esecutivo e dello Stato Maggiore, la cosiddetta "sindrome di Crimea", di emulare l'impresa di Cavour che nel 1985 aveva raccolto cospicui compensi con uno sforzo limitato si rivelò presto per quello che era.

La guerra non sarebbe stata né breve né facile da vincere.

La strategia di Cadorna che pensava di sfondare le linee nemiche sul fronte del Carso per ricongiungersi con le truppe alleate si dimostrò subito sbagliata.

Il nostro esercito, sprovvisto di armi sufficienti non ancora rimpiazzate dopo la spedizione in Libia, anziché avanzare come voleva ad ogni costo il comando supremo, si trovò costretto al lento logoramento della guerra di trincea; piuttosto che vincere in pochi mesi, i nostri soldati si trovarono ben presto ad affrontare l'inverno sulle montagne alpine privi del vestiario, del materiale   e   degli approvvigionamenti necessari per resistere all' intemperie.

 

Questi "fanti-contadini" erano completamente estranei  alle  motivazioni sia pratiche che   ideologiche che avevano spinto ad   entrare   l'Italia nel conflitto, erano più  semplicemente contrari alla guerra, consapevoli           del male, dei danni, del dolore che essa avrebbe arrecato alla povera gente.

E di dolore ne conobbero tanto.

La circolare Cadorna del 25 febbraio 1915, "Attacco frontale e ammaestramento tattico", non lasciava dubbi alle interpretazioni degli ufficiali in prima linea, costretti ad attaccare sempre, in ogni caso, senza mai retrocedere e senza preoccupazione di lasciare caduti sul campo.

La penuria di artiglieria pesante e l'efficacia della rete difensiva attrezzata dagli austriaci nel periodo della nostra neutralità rese totalmente inefficace e inadeguata la strategia di comando, tramutando in orrende carneficine i nostri, valorosi, attacchi.

La risorsa italiana, almeno fino alla rotta di Caporetto, fu unicamente la "carne da cannone", una forza di un milione di uomini che oltrepasserà la soglia dei quattro milioni duecentomila militari presenti nelle aree di guerra, superiore a quella del nemico dispiegata sul nostro fronte ma resa inutile dalla inadeguatezza della preparazione complessiva dell'esercito.

In condizioni precarie, di scarso rifornimento alimentare, con un apparato repressivo feroce e inumano nel non considerare le condizioni di vita in trincea, crebbe l'ostilità e il rancore dei  soldati. soprattutto verso  gli  imboscati e ''pescicani'', i profittatori di guerra, ma anche verso i comandi, i politici,  i ''signori", insomma  verso un  po' tutta  la società civile.

In verità nel Paese si era determinata una condizione di vero e proprio dualismo; così come Salandra non aveva concordato con lo Stato Maggiore la sua posizione di neutralità e nemmeno la sottoscrizione del Patto di Londra, allo stesso modo il generale Cadorna - che aveva il dovere di rispondere soltanto al re - non si curò di informare il governo della strategia militare attuata.

Una mancanza di confronto che ridusse la già scarsa capacità di comprensione delle cose  e diventò fonte di sciagura per il Paese.

In verità c'era chi vedesse le cose da un altro punto di vista ma non era ancora venuto il momento di fronteggiare la cruda verità.

Scriveva nei suoi appunti solo dopo pochi giorni dall'ingresso nel conflitto il colonnello Douhet:

 

Ho l'impressione che né il Comando Supremo né il Ministero della Guerra abbiano chiaramente compreso il carattere  della guerra attuale. [...] Questa mancanza di un giusto apprezzamento del carattere della guerra attuale ha già arrecato due gravissimi inconvenienti: primo, che il nostro esercito è il più povero di macchine e quello che meno si preoccupa dei lavori; secondo, che si eccede nello spirito offensivo e nel tentare di procedere rapidamente, senza tenere abbastanza conto che non basta andare avanti, ma interessa, sopra tutto, non mettersi nelle condizioni di venire costretti a retrocedere [...}. Né ufficiali né truppe hanno l'idea di ciò che sia una trincea moderna [...}. Nessuno ha l'idea di come si costruisca un reticolato, di come si lanci una granata a mano, di come si attacchi un sistema di trincee, di come si abbatta una difesa accessoria [...].

 

Le critiche al Comando produssero tuttavia solo l'effetto di bruciare la carriera al colonnello Douhet, Cadorna continuò imperterrito nell'applicazione di una insopportabile disciplina e di "estreme misure di coercizione e repressione" da promuoversi  a titolo di "salutare esempio", anche nei confronti degli ufficiali superiori.

Durante il suo comando vennero destituiti 217 generali, 255 colonnelli e 335 maggiori e tenenti colonnello e nei tre anni e mezzo di conflitto i tribunali  di  guerra  valutarono  870.000  casi  di  denuncia  e  condannarono 209.000 imputati con 15.000 sentenze di ergastolo e 4.000 condanne a morte di cui, per fortuna, ne vennero eseguite solo 750.

 

L'impegno per la vittoria

 

Se dal punto di vista politico le cose cambiarono dopo le dimissioni a cui fu costretto il presidente del consiglio Salandra dopo la Strafexpedition, la "spedizione punitiva" che gli austriaci mossero in Trentino nel maggio 1916 per far scontare all'Italia il tradimento e relativo voltafaccia della scesa in guerra assieme agli antichi avversari, dal punto di vista strategico e militare la situazione volse paradossalmente al meglio solo dopo la rotta di Caporetto.

Nei giorni della catastrofe dell'esercito, con gli austroungarici in territorio italiano non molto distanti da Milano, seppure tra il popolo affamato - non solo a nord ma anche nel resto della Penisola - ci fossero non pochi a ritenere che con l'arrivo dei tedeschi "almeno si avrà il pane", l'arroganza e l'inettitudine di Cadorna e dell'intero Comando vennero finalmente messi in discussione.

In particolare risultava difficile credere alla versione ufficiale che addossava la responsabilità della disfatta alla "mancata resistenza di reparti della II Armata, vilmente ritiratisi senza combattere e ignobilmente arresisi al nemico".

La tesi dello "sciopero militare" attuato in concerto con i veleni della propaganda disfattista non apparve sufficientemente verosimile e, in attesa dell'esito delle indagini della commissione d'inchiesta, che solo dopo otto mesi dalla fine della guerra accertò le pesanti responsabilità del Comando supremo, il generale Cadorna venne rimosso e sostituito col generale Ar­ mando Diaz.

La nuova linea di comando risultò particolarmente efficace.

Intanto, oltre a mutare atteggiamento sia nei confronti del potere civile, con cui venne ricercata la più ampia collaborazione, che nelle modalità di proseguire la guerra senza costringere i reparti ad attacchi privi di senso, per prima cosa si cercò di migliorare le condizioni di vita dei soldati.

Venne migliorato il vitto e aumentate per quanto possibile le distrazioni; soprattutto venne fatto lo sforzo di venire incontro alle esigenze complessive delle famiglie dei militari al fronte. In presenza di una stragrande maggioranza di fanti provenienti dal mondo agricolo si rilasciarono con facilità gli esoneri per lavori nei campi ma si concesse anche, di diritto e per tutti, una licenza di dieci giorni che andò a sommarsi a quella già prevista di quindici, che veniva accordata durante la stagione invernale.

Inoltre, sul fronte della sicurezza sociale, alla fine del 1917 venne approvato un decreto legge che ordinava all'Istituto Nazionale delle Assicurazioni l'emissione di polizze vita, rispettivamente di cinquecento lire per i soldati e di mille lire per i graduati e per i sottufficiali, pagabili immediata ­ mente alla morte dell'interessato o riscattabili al cessare della guerra a con­ dizione che il valore fosse reinvestito in attrezzi di produzione e lavoro.

Così facendo, con un fronte meno esteso e più facile da difendere, con una strategia diversa che badava alla salvaguardia della vita e alla incolumità degli uomini e con un morale, per quanto possibile nelle condizioni date, più alto, mutò anche la percezione della guerra tra i soldati che nell'estate del 1918 riuscirono a contenere l'offensiva austriaca sul Piave.

Un anno dopo la rotta di Caporetto, in condizioni mutate per gli Imperi centrali che, sconfitta la Bulgaria, avevano già avanzato una richiesta di pace, l'esercito italiano, spinto dagli Alleati, mosse l'offensiva finale sul Monte Grappa.

Sfondate le linee nemiche a Vittorio Veneto gli italiani gi unsero fino a Trento e a Trieste e cessarono finalmente ogni ostilità il 4 novembre dopo aver sottoscritto il giorno prima l'armistizio a Villa Giusti.

Il nostro paese lasciò sul campo di battaglia  571.000 morti più altri 100.000 defunti nei campi di prigionia, un milione di feriti di cui quasi la metà invalidi, circa diciassettemila ufficiali caduti e un milione centoquarantottomila civili deceduti per causa dell'epidemia di spagnola provocata dalla guerra.

Il costo economico del conflitto ammontava invece a 157 miliardi di lire dell'epoca, con un debito pubblico quadruplicato e cresciuto fino a quasi settanta miliardi nel 1919.

La guerra era vinta ma le conseguenze sarebbero state ben presto letali per la stessa sopravvivenza della forma di stato e dell'ordine sociale che l'avevano voluta, approvata e determinata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cappella della Madonna del Rosario nella Collegiata di Vignanello e la Madonna lignea vestita

di Maurizio Grattarola

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La Cappella della Madonna del Rosario è la seconda lungo il fianco sinistro della Chiesa Collegiata. Si tratta in realtà di quello che viene definito “Cappellone”, per distinguerlo dalle cappelle più piccole.

L’altare fu consacrato personalmente  dal Papa Benedetto XIII il 9 Novembre 1725, durante la sua visita a Vignanello.

La Cappella, anche nei dettagli, fu progettata dall’Architetto Giovan Battista Gazzale, fra il 1722 e il 1723.

DESCRIZIONE DELLA CAPPELLA

Gli stucchi che ornano la Cappella furono realizzati dallo stuccatore romano Gregorio Ruggieri o Rugeri, che provvide anche alla realizzazione della cornice dell’antica immagine della Madonna posta all’esterno sul lato destro della Chiesa.

L’apparato della Cappella è costituito dall’altare, cui si accede tramite scalini, decorato con un paliotto di marmo, con un apertura circolare chiusa da una ferrata, per permettere la visione della scatola d’argento che contiene le reliquie dei Santi Benedetto e Vitale. Il paliotto, disegnato da Gazzale, fu realizzato dal marmoraro romano Giovan Battista Perini, cui si devono tutte le parti in marmo della Chiesa.

Sull’altare, sono presenti sei candelieri, disegnati sempre dal Gazzale e realizzati dall’ottonaro romano Carlo Antonio Lorenzani Boroni.  La lampada in ottone è opera dell’ottonaro romano Pietro Benigni.

La dotazione originale, così come si ricava dai due inventari del 1724 e del 1775, era la seguente:

“Nell’Altare del SS[antissi]mo Rosario = n.° 6. candelieri grandi d’ottone = n.° 6. detti piccoli = tre cartegloria d’ottone = tre tovaglie con incerata sotto, e corame sopra = la Croce in mezzo de’ Candelieri = nella nicchia di d.[ett]° Altare la Statua della B.V.M. coperta con manto torchino gallonato nel fondo, manichetti, scollo, corone due d’argento con alcune pietre, due corone con due medaglie di filigrana = un ginocchiatore di legno”

Nella cornice in stucco, era presente un dipinto raffigurante S. Nicola di Bari, opera di una devota, la signora Monaca Chiodi.

Sopra l’altare, si alza il quadro di Michelangelo Cerruti che rappresenta la Madonna del Rosario col Bambino in braccio, e S. Domenico e S. Caterina da Siena che ricevono il rosario. Il quadro fu dipinto nel 1723, su commissione di Francesco Maria Ruspoli. Le dimensioni del quadro, cosi come quelle dei quindici piccoli quadri che lo circondano, che rappresentano quindici Misteri, anch’essi opera di Michelangelo Cerruti, furono determinate dal Gazzale in funzione sia delle dimensioni della cappella che della retrostante nicchia, che contiene la statua della Madonna del Rosario, in grandezza naturale.

 

LA STATUA DELLA MADONNA DEL ROSARIO

 

La statua della Madonna Santissima del Rosario è una statua in legno in grandezza naturale  realizzata da Filippo Cianfarani, un intagliatore e scultore  romano, nel 1723, che così descrive la sua opera:

“[…] fattura fatta nella statua nuda da vestirsi rappresentante la Madonna Ss.[antissi]ma del Rosario fatta per servizio del’Ecc.[ellentissi]mo Sig.[no]re Prencipe Ruspoli

[…]per aver scolpito la d.[ett]a statua che deve vestirsi alta al naturale con sue braccia snodate alle spalle et alli gomiti avendo incastrate e a..ertate le mani di carta pista afermate con colla e sella [?] come ancora avendoci intagliati li suoi piedi terminati[…]”

Lo stesso Cianfarani fece realizzare da un anonimo falegname il  “piedestallo con sua cornice e basa largo pa.[l]mi 3 incirca e di agetto pa.[l]mi 2 ½”.

Per la sua opera Filippo Cianfarani fu pagato 15 scudi[1].

Il piedistallo fu trasportato a Vignanello nel febbraio del 1724, come si ricava da una lettera di Francesco Maria Ruspoli a Giovan Battista Gazzale:

“Coll’altra robba, che mandiamo vederete il piedestallo di legno, sop.[r]a del quale va fissata la statua della Madonna del Rosario, e si come q[ue]llo lo abbiamo mand.[at]° di legno bianco lo’ dovrete fare dipingere di color cremesi còlle cornici dorate, e q[ues]to lavoro potranno farlo gli stessi indoratori”[2].

 

La nicchia, così come l’aspetto generale della statua, fu disegnata dall’architetto Giovan Battista Gazzale[3], che realizzò la maggior parte dei disegni degli arredi della Chiesa.

Nell’inventario della Collegiata del 1724 la statua è descritta così:

“Statua della Mad.[onn]a SS:[antissi]ma del Rosario vestita con Bambino in braccio simil:[men]te vestito con Abiti ricamati, guarniti d’Oro, con viso, mani, collo, e Bambino di Lucca con Corone in testa d’arg:[ent]° con Gioie colorate, e Corone di Gioie, e medaglie di Filigrana, e Fiocchi Cremisi, e oro”.

In un’altra descrizione dell’ inventario del 1779 la statua viene descritta come:

“[…]la Statua della B.V.M. coperta con manto torchino gallonato nel fondo, manichetti, scollo, corone due d’argento con alcune pietre, due corone con due medaglie di filigrana”.[4]

Al momento, non si sono trovati riferimenti circa la statua del Bambino, che probabilmente era preesistente, come fa intuire la definizione “Bambino di Lucca”, così come le corone e l’abito.

Sempre lo stesso inventario descrive alcuni ulteriori elementi appartenenti alla statua e conservati in un armadio nella sala sopra la Sacrestia:

“Settima, ed ultima Custodia di d.[ett]° armario

Un Abbito pp[er] la Statua della SS.[antissi]ma Vergine del Rosario, ricamato d’oro con fondo bianco, ed altro simile pp[er] il S. Bambino, una cinta d’oro pp[er] l’abbito sud.[ett]° = Un velo di seta torchino stellato in parte a oro che serve di manto alla statua sudetta; altro velo bianco usato, che si pone sotto il d.[ett]° manto = tre pezzi di trina a oro falzo = N.° 12. fiocchetti di oro falzo tolti dai cuscini disfatti =

Nella Stanza contigua a detta sala vi sono 

=Una corona d’Argento tonda pp[er] la SS.[antissi]ma Vergine del Rosario, ed un anello ordinario d’oro, e pietre falze, otto fila di perla bona, corona d’ambra con medaglia d’argento e filigrana, e sei bottoncini d’oro, il tutto entro una custodia”.

Il “velo di seta torchino stellato in parte a oro che serve di manto alla statua sudetta” qui riportato potrebbe essere quello realizzato sempre nel 1723 dal ricamatore romano Giovan Battista Serini, attivo come ricamatore anche di abiti teatrali e sicuramente al servizio della famiglia Ruspoli:

“[…]il manto della Madonna Sant.[issim]a del Rosario in palmi N:° 29 in quadro tutto di stelle, e rose, ciove le stelle tutte di lama senza profilo [?], e le rose tutte di piano e strozzatino e li riversi di lama profilate di strozzatino[…]”

che fu pagato 31,90 scudi[5].

La statua era portata in processione, fono a pochi anni fa, a Maggio, poi la tradizione si è interrotta. Indagini fatte localmente non hanno portato ad una causa certa, anche se sembra probabile che l’interruzione sia legata alla difficoltà di far scendere e salire il quadro della Madonna del Rosario che copre la statua.

A quanto è dato sapere, il vestito non è quello originale; l’attuale sembra essere stato realizzato nella seconda metà dell’800.

 

NOTE BIOGRAFICHE SUGLI ARTIGIANI

FILIPPO CIANFARANI

Di questo artista artigiano si sa pochissimo: nel 1713 arrivò secondo al  Concorso Clementino per la seconda classe  di scultura dell’Accademia di S. Luca. Negli Stati delle Anime della Parrocchia di S. Stefano  in Piscinula per gli anni 1733 e 1734 è detto intagliatore di 45 e 46 anni. Quindi al momento della statua di Vignanello aveva 35 anni. La sua bottega era in Piazza della Chiesa Nuova. Al momento, l’unica sua altra opera documentata è la macchina per il trasporto della statua di S. Ambrogio a Ferentino, realizzata nel 1735.

 

Bibliografia

Æqua potestas: le arti in gara a Roma nel Settecento

Angela Cipriani

De Luca, 2000 - 171 pagine

pag. 94

 

I Disegni di figura nell'Archivio storico dell'Accademia di San Luca: Concorsi e accademie del secolo XVIII (1702-1754)

Accademia nazionale di San Luca. Archivio storico

Quasar, 1988 - 258 pagine

pagg. 143-152

 

GIOVAN BATTISTA SERINI

Il ricamatore abitava in Strada di Ripetta, dal Porto, casa 7. La moglie Sciapiù Claudia era vedova di un altro ricamatore Giovanni Battista Lebenavere, censito nel 1700 e presso cui abitava la sorella del Perini Laura. I figli erano Giovanna di 27 anni , Isabella  di 21, zitelle, (di primo letto), Giovanni Andrea, Alessandro, Desiderio di 9

Nel 1775 la moglie è censita come vedova. L’artista fu a lungo attivo per i Ruspoli fin dall’ultimo decennio del Seicento. Un altro ricamatore, Giovanni Serini, è documentato verso la metà del Seicento, come ricamatore di costumi teatrali.

 

Bibliografia

Artisti e artigiani a Roma, Volume 2

a cura di Elisa Debenedetti

Bonsignori, 2005 - 461 pagine

pag. 65

 

 

 

 

 

M. GRATTAROLA

www.julianellum.it

Giugno 2017